Roma

Vergogna o normalità? Un’inchiesta sugli affitti in nero nelle nostre città

Come spesso accade nel nostro Paese un problema, di qualsiasi natura esso sia, diventa tale solo quando raggiunge palesi livelli di insopportabilità. Così la strada dissestata rimane tale finché qualcuno non si fa male, e poi si asfalta, o l’ospedale fatiscente rimane decrepito fino a quando un qualche episodio clamoroso non consente che gli si puntino i riflettori dei media addosso, allora si grida allo scandalo quando il danno oramai è compiuto. “Frasi fatte” penserà qualcuno leggendo queste righe. Si, forse sono frasi fatte, ma è così, funziona in questo modo in molteplici ambiti dove quotidianamente siamo testimoni di palesi violazioni giuridiche (oltre che MORALI), di un evidente lassismo da parte di chi dovrebbe vigilare, di una inspiegabile assenza da parte delle istituzioni. Ciò risulta gravissimo in un Paese come il nostro dove abbiamo scelto l’opzione dello “Stato sociale”, ma torneremo dopo su questo tema.

di MARCO ASSAB

Sarebbe forse opportuno sottolineare, giusto per rimanere nell’ambito di concetti retorici, i quali spesso essendo tali vengono tralasciati come ovvietà, ma invece celano le verità più insindacabili, che un consuetudinario comportamento illegale, il “così fan tutti”, non giustifica affatto una devianza, che tale rimane e quindi deve essere corretta. E’ questo il caso degli affitti in nero di stanze (talvolta loculi, veri e propri sgabuzzini) agli studenti fuori sede in ogni parte d’Italia, ma particolarmente a Roma e Milano.

 

E’ una questione annosa, vergognosa, che si trascina palesemente da anni e che viene quasi considerata una “normalità”, perché usanza diffusa, e quindi tollerata e taciuta. Dunque perché tanto clamore adesso? Lo schema è semplice: Crisi economica à crisi degli stati sovrani à lotta all’evasione fiscale per recuperare risorse à gli affitti in nero causano un enorme danno all’erario à d’un tratto, come per magia, riflettori puntati sul problema che emerge in tutta la sua drammatica portata economica, ma soprattutto umana.

 

I dati? Già, i dati. Perché in una società dove l’economicismo ha invaso ogni ambito della vita associata, dove la politica stessa ha dimenticato che essa si deve ergere a tutela non solo del bilancio statale, dei conti, ma dei diritti dell’uomo, ciò che conta oggi sono solo I DATI, le percentuali, il denaro, e non l’umiliazione che questo stato di cose infigge agli studenti fuori sede, costretti a vivere in condizioni deprecabili, per ragioni sia di sfruttamento economico che di disagio esistenziale sotto ogni punto di vista (ritorneremo anche su questo).

 

I dati accertano che il “sommerso” ammonta a circa 1,5 miliardi di euro all’anno, per un’imposta evasa di circa 300 milioni di euro. Roma è la città più cara e quella dove il fenomeno è maggiormente diffuso. Una stanza in periferia può costare dai 300 ai 400 euro (bollette e spese escluse), al centro i prezzi lievitano fino a raggiungere i 500-600 euro. Che grave danno per l’erario! Si grida dunque allo scandalo perché questi affittanti disonesti evadono il fisco! Ma chi ha finora focalizzato l’attenzione su COME vivono questi ragazzi lontani dalle loro famiglie? E se spostassimo l’attenzione su quanto concerne il diritto allo studio, e sul supporto indispensabile che uno stato sociale degno di questo nome dovrebbe fornire?

 

Quando un giovane del sud, perché questa è prevalentemente la categoria che subisce tali ingiustizie, decide di spostarsi per studiare in un’altra città, sa già che dovrà fare tutto con il solo supporto della famiglia. Ci si muove durante l’estate ma il tempo è poco, l’anno accademico sta per iniziare, ed è su questo che gli affittanti fanno leva per imporre prezzi irragionevoli e locali talvolta in condizioni strutturali, ed igienico sanitarie, precarie. Così accade che, oltre all’assenza di un contratto che tuteli giuridicamente colui che affitta, lo studente paghi una somma sconsiderata per un servizio che non riflette assolutamente quel valore.

 

L’assenza di controlli lascia mano libera agli affittuari aguzzini. Le situazioni tipiche sono le seguenti: Case sovraffollate, 4-5 studenti  con un solo bagno e un solo vano cucina, sicché gli armadi delle camerette si riempiono di pentole, piatti, posate, liquidi detergenti, ed ogni sorta di oggetto “improprio”; assenza di linea telefonica fissa e diniego assoluto del proprietario di installarla; stabili fatiscenti che non rispondono alle più comuni norme di sicurezza; camere affittate come tali ma, in realtà, sgabuzzini senza finestre o sistemi di areazione; camere di piccole dimensioni affittate come “doppie”; impossibilità di ricevere posta ordinaria a causa della non disponibilità dell’affittante di apporre sulla cassetta postale il nome dell’effettivo inquilino; nessuna forma di tutela sulla privacy; nessuna garanzia di stabilità dato che, da un momento all’altro, il proprietario può decidere di mettere alla porta gli studenti (come è effettivamente accaduto a chi vi scrive, il quale non si è esentato dal vivere, pur non volendo, tutte le sopraelencate esperienze).

 

Qualcuno potrebbe obiettare che questo è anche uno degli aspetti del libero mercato, dunque uno studente è libero di scegliere dove andare e, di conseguenza, quanto pagare. Ma non è sempre così, e per due motivi: 1) Sembra quasi che si sia formato un “cartello” dei prezzi. Per cui, ad esempio a Roma, risulta quasi impossibile trovare una stanza, ossia un semplice posto letto, ad un prezzo inferiore ai 300 euro (spese escluse). 2) Spesso lo studente è “costretto” a rivolgersi al mercato nero a causa dell’eccessiva onerosità degli affitti “in regola” i quali, a loro volta, spesso non corrispondono al reale valore del servizio offerto e sono, dunque, totalmente fuori controllo. Manca insomma una sistematica attività istituzionale atta a vigilare, ed impedire, che l’eccessiva ed ingiustificata onerosità degli affitti, l’irregolarità degli stessi, le precarie condizioni igienico-sanitarie, la non agibilità dei locali, costituiscano dei seri ostacoli alla piena tutela del diritto allo studio, oltre che della salute psico-fisica dei cittadini in questione.  Non serve chiamare in causa l’appena citato diritto allo studio sancito nella Costituzione, perché già l’articolo 3 della Carta Costituzionale dichiara che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

Dunque in questo vergognoso spaccato della vita sociale italiana, ciò che va tutelato non è solamente l’erario, MA LA PERSONA UMANA , ossia gli studenti in quanto persone. Oltretutto la categoria in questione, come sopra accennato, è in larga misura costituita da giovani provenienti dal sud, quindi da terre già deficitarie in termini di offerta studio-lavoro. I giovani meridionali sono talvolta “obbligati” a lasciare le proprie città ed emigrare al centro-nord e qui, dove lo Stato dovrebbe fornirgli un qualche genere di supporto, anche come rimedio alle clamorose inefficienze del proprio operato nelle loro terre d’origine, si trovano costretti a subire nuove forme di ingiustizie.

 

È doloroso a dirsi ma, stando così le cose, nascere al sud rappresenta un grave svantaggio. E’ anche attraverso queste dinamiche che emerge ancora, con tutta la sua drammaticità, il problema della questione meridionale. La tematica degli affitti in nero andrebbe risolta con non solamente per quanto concerne l’evasione fiscale, ma soprattutto perché rappresenta una gravissima ingiustizia sociale, la quale lede i diritti costituzionali dei cittadini. Sarebbe altresì opportuno un capillare controllo da parte delle forze dell’ordine le quali, ogni anno, potrebbero recarsi negli atenei e reperire le informazioni utili in merito ai nuovi iscritti fuori sede e verificare se la domiciliazione risulti in regola sia per quanto riguarda il versante tributario, che quello igienico-sanitario e strutturale, tutelando così in toto l’erario e lo studente.

 

Inoltre i prezzi così elevati degli affitti non si possono in alcun modo giustificare in nome del “libero mercato”. Già troppe volte la storia ci ha dimostrato di quanto sia pericoloso il “laissez faire”, dottrina economica liberista che vorrebbe un mercato a briglie sciolte. Lo Stato ha il dovere di intervenire laddove i rapporti economici lasciati alla totale discrezione dei cittadini, in nome della libertà d’iniziativa, rischiano di ledere altri e più importanti diritti. Non c’è comunque da stupirsi, da sempre gli studenti risultano essere una categoria invisa ai governi e, in un certo modo, alle istituzioni. E se si domandasse alle amministrazioni comunali di costruire nuove case dello studente? Si ma, per cortesia, costruitele come si deve, non come a L’Aquila.

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