Cultura

Un classico per l’estate (1): “Tempo di uccidere”

Un classico per l’estate è una rubrica di “consigli” sulle letture da affrontare con il caldo agostano

 

Estate: per molti di noi il momento ideale per abbandonarsi al piacere della lettura. Stanchi di inseguire le annose polemiche sull’ultimo Strega o sul più recente best-seller d’oltreoceano? Forse è il momento di riscoprire quei piccoli classici della letteratura italiana che il ritmo convulso delle mode editoriali ci spinge qualche volta a dimenticare.

di FABIO BENINCASA

“Ero meravigliato di essere ancora vivo, ma stanco di aspettare soccorsi. Stanco soprattutto di alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse posto per un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni. Il caldo, quell’atmosfera morbida, che nemmeno la brezza del mattino riusciva a temperare, dava alle piante l’aspetto di animali impagliati.”

 

È così che comincia Tempo di uccidere, unico romanzo di un giovane Ennio Flaiano che più tardi, si era nel 1947, doveva diventare famoso soprattutto come sceneggiatore di Fellini e fine umorista. Un romanzo scritto alla fine del disastro dell’ultima guerra che fruttò al non ancora quarantenne Flaiano l’onore del primo Premio Strega e che rimane come un unicum nel panorama della letteratura italiana.

 

È la storia tragica ma anche comica di un tenentino italiano un po’ cialtrone che alla fine della trionfale conquista mussoliniana dell’Etiopia, cercando un dentista per farsi trapanare una carie, si perde nella jungla, tenta maldestramente di sedurre o anche stuprare una donna etiope e finisce per combinare una serie inestricabile di pasticci destinati a cambiargli completamente la vita (o forse no). Dal libro, nel 1989, fu anche tratto un film, invero non memorabile, diretto da Giuliano Montaldo che vedeva come improbabile protagonista Nicolas Cage.

 

Nelle descrizioni dell’Etiopia coloniale, prostrata dai sanguinari bombardamenti dei fascisti, non è difficile intravvedere le rovine stesse, morali e fisiche, dell’Italia che Flaiano doveva avere davanti agli occhi in quell’estate di dopoguerra del 1947. Al tempo stesso si tratta dell’unico romanzo di una certa qualità dedicato a un colonialismo e a un rapporto con l’Africa che gli italiani sembrano aver bellamente rimosso. Le miserie della retorica fascista si mescolano, in un ritratto al vetriolo, all’eterna maschera dell’italiano un po’ vigliacco e un po’ avventuroso.

 

Consigliato soprattutto per ricordare che il contatto con le altre culture non è quasi mai privo di rischi e di dolori, ma è sempre più strettamente necessario per capire la propria.

 

 

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