Roma

Truffa sui rifiuti: arrestato Cerroni. Indagato l’ex presidente della Regione Marrazzo. “Fittizia l’emergenza di Malagrotta”

Il reato ipotizzato è la truffa e le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico dei rifiuti. Con queste motivazione i carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) di Roma, diretti dal colonnello Sergio De Caprio (noto come “Ultimo”) hanno arrestato sette persone nell’ambito delle inchiesta sulla gestione dei rifiuti nel Lazio.
Tutti eccellenti i nomi degli arrestati. In primis Manlio Cerroni, proprietario della discarica di Malagrotta, poi Bruno Landi, ex presidente della Regione Lazio.

Le indagini hanno portato anche al sequestro di bene per 18 milioni di euro, riferibili alle società Giovi e Pontina ambiente, di proprietà di Cerroni.
Agli arresti domiciliari sono finiti anche Luca Fegatelli, ex capo della Direzione regionale Energia, il manager Francesco Rando, l’imprenditore Piero Giovi, Raniero De Filippis e Pino Sicignano. Tra i 21 indagati anche l’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, citato per abuso d’ufficio e falso.

Nell’ambito delle indagini sull’ex presidente Marrazzo è venuta fuori un’ordinanza del 22 ottobre 2008 con la quale si ordinava alla Coema di realizzare un impianto di termovalorizzazione ad Albano Laziale, ma il commissario straordinario aveva cessato i suoi poteri il 30 giugno dello stesso anno e il presidente della Regione era quindi diventato incompetente in materia. Risultato? L’ordinanza è illegittima

Questa la difesa di Marrazzo diramata tramite una nota del suo avvocato: “In merito alla notizie apparse sui media, riguardanti l’inchiesta sui rifiuti nel Lazio, non posso che dichiarare la mia totale estraneità dai fatti. Nel ribadire di avere sempre operato – da presidente della Regione Lazio e commissario ai rifiuti – nel massimo rispetto delle leggi, sono pronto sin da adesso a mettermi a disposizione degli organi competenti, magistratura e carabinieri del Noe, per chiarire ogni aspetto. Tutto questo nella convinzione che lo spirito di collaborazione sia un dovere per ogni cittadino nella difesa della legalità e della trasparenza”.

Diversi i filoni di indagini sul tavolo dei pm Alberto Galanti e Maria Cristina Palaia: si va dalla gestione dell’impianto di raccolta e trattamento rifiuti di Albano Laziale, alla costruzione dell’impianto di termovalorizzatore di Albano Laziale, dalla realizzazione di un invaso per un discarica a Monti dell’Ortaccio alla questione legata alle tariffe per lo smaltimento dei rifiuti e alle ordinanze regionali sullo smaltimento dei rifiuti nei Comuni di Anzio e Nettuno.

In occasione della creazione di un invaso in località Monti dell’Ortaccio, il gruppo Cerroni ha simulato l’esistenza di titoli autorizzativi inesistenti, generando un profitto per le casse di E.Giovi (un’altra impresa del gruppo Cerroni) di circa 8 milioni di euro.

Gli scavi, inoltre, venivano condotti al punto di abbassare la quota di fondo di scavo della cava Monti del Lumacaro (area adiacente a Monti dell’Ortaccio, parimenti oggetto di richiesta di autorizzazione per la discarica) al di sotto dei limiti consentiti, determinando così la illecita deviazione della falda acquifera sotterranea, appartenente al demanio idrico, e la creazione di un laghetto artificiale”. “Addirittura – argomenta il gip nell’ordinanza – nella richiesta di autorizzazione per la realizzazione della discarica, il Colari (consorzio laziale rifiuti riconducibile a Cerroni), il proponente operava una alterazione delle fotografie allegate alla richiesta, cancellando l’esistenza del laghetto al fine di non far risaltare il danno idrogeologico cagionato”.

I rifiuti destinati alla differenziata e mai trattati finivano nella discarica di Malagrotta, una strategia che permetteva di dichiarare Malagrotta in costante emergenza proprio perché, secondo l’accusa dei PM, nel conteggio delle cubature di spazzatura finivano materiale non definibile rifiuto tout court come il Cdr (combustibile da rifiuti) e ciò che poteva essere riciclato.

Negli ultimi anni, quindi, quella di Malagrotta è sempre stata una falsa emergenza e provocava un immenso business per il gruppo Cerroni, considerato che le amministrazioni erano costrette a trovare nuovi siti.

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