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Storia di Brahne, immigrato eritreo

eritrea

Nel reparto di Nefrologia dell’Ospedale Umberto I di Siracusa, dalla finestra della sua camera che da sul pronto soccorso, Marco osserva in compagnia di una flebo al braccio il continuo via vai di ambulanze, barelle, personale medico, uomini e donne provenienti da paesi lontani con il volto stanco, sofferente, quasi sempre semicoperto da una mascherina. Sono i giorni di ferragosto, quelli degli sbarchi di migranti che si susseguono senza sosta sulle coste della Sicilia sud orientale. In quei giorni la città di Siracusa è chiamata ad uno sforzo logistico senza precedenti. Il piccolo pronto soccorso, già insufficiente per venire incontro alle necessità quotidiane dei siracusani, si riempie di stranieri sofferenti di patologie che oramai, per noi occidentali, rappresentano solo un ricordo. “Alcuni hanno la scabbia… altri la tubercolosi…” afferma un infermiere “Non devono stare vicini ad altri pazienti, e le lenzuola delle lettighe devono essere sterilizzate come si deve… sennò sai che casino…” risponde un altro parlando nel corridoio del reparto.

di MARCO ASSAB

Marco ascolta questi scambi d’opinione mentre, distogliendo lo sguardo dalla sofferenza che si consuma lì vicino, dalla finestra si sposta verso il suo letto. E’ piuttosto contrariato, non gli va giù l’idea di essere ricoverato per la seconda volta nei giorni di ferragosto, per complicanze a seguito di un intervento d’appendicite. Eppure, al termine di questa esperienza, riterrà decisamente migliore il soggiorno in ospedale che le mancate nuotate al mare… Nel tragitto che lo separa dal suo letto osserva il suo compagno di stanza con il quale, dopo una notte di ricovero, non ha ancora scambiato una parola… E’ un eritreo di circa 45 anni, carnagione scura, alto, ha due cannule in vena (una al braccio l’altra alla gamba per la dialisi…) eppure non dice una parola, nemmeno un lamento, anzi sorride spesso e dopo circa dieci giorni di ricovero è oramai ben voluto ed aiutato dagli infermieri del reparto i quali, con grande umanità, fanno di più di ciò che il loro lavoro gli impone di compiere.

Marco si stende sul letto ed accende la tv, capita per caso un canale dove si trasmette una partita di calcio, e per il calcio, si sa, non contano etnie, razze, lingue o religioni, perché la palla è tonda per tutti… I due iniziano a lanciarsi qualche sguardo d’approvazione, il canale scelto è quello giusto, piace ad entrambi, i quali ancora non sanno che trascorreranno le prossime nottate a guardare partite alla tv ridendo e commentando animosamente.“What’s your name?” domanda l’uomo… “Marco!” risponde il giovane, il quale gli chiede la stessa cosa e si sente rispondere “Brhane, nice to meet you”…  Nelle ore successive la loro intesa si affina, tra inglese maccheronico, gesti e sguardi d’intesa, i due iniziano a conoscersi, a raccontarsi qualcosa delle loro vite, tanto diverse, distanti anni luce, ma adesso vicinissime. Brhane dice di venire dall’Eritrea, da una cittadina non distante da Asmara, la capitale, sostiene di essere arrivato una decina di giorni prima su un barcone stracarico e di essere subito stato ricoverato in ospedale; dice di avere problemi ai reni, e di dover fare sempre la dialisi, ha nausea e poco appetito. Ha un nipote a Bergamo e svariati fratelli e sorelle in giro per l’Europa, vorrebbe presto uscire dall’ospedale per raggiungere il ragazzo che vive nella città lombarda.

Dal canto suo Marco vorrebbe accendere il suo pc per fargli vedere qualche foto dell’Eritrea e per cercare i luoghi di cui parla… La cannula della flebo fa male e allora, com’è sua abitudine quando qualcosa non va, si mette a sbraitare e convince un infermiere, oramai rassegnato, a toglierla. Con le mani libere e con l’ausilio di Google Earth Marco prende visione della povertà dalla quale viene Brhane: “ Vedi? Usiamo gli asini come taxi!” racconta ridendo l’eritreo indicando l’immagine sul pc, poi è il turno di una foto che ritrae un edificio con sopra una croce… “Quella è la chiesa dove vado ogni Domenica, sono cristiano…” dice Brhane, e l’intesa tra i due si fa più forte, essendo anche Marco convinto credente in Gesù Cristo. Si intravede poi una sorta di baracca su una strada dissestata “Quella è la scuola per i bambini del paese” dice Brhane indicando l’immagine… C’è poco da commentare, pensa Marco, l’Eritrea è tra i Paesi più poveri del mondo… “Noi abbiamo un ottimo ricordo di voi italiani” afferma Brhane, “tutte le cose che abbiamo in Eritrea, come scuole, ospedali, palazzi, le avete costruite voi quando l’Eritrea era vostra colonia… Poi sono arrivati gli inglesi e non hanno fatto nulla, se non prendersi ciò che gli serviva”.

Trascorrono dunque chiacchierando le restanti ore della giornata finché, alle 20, Marco si drizza sul letto ed esclama “Brhane questa sera dobbiamo vedere una partita molto importante…” “Quale?” risponde curioso l’uomo “La Supercoppa Italiana tra Lazio e Juventus!” “Ok ok” risponde Brhane senza ben capire che cosa sia questa fantomatica Supercoppa italiana… “Vedì quant’è grande lo Stadio Olimpico?” dice Marco indicando la tv, “Very biiig!!!” risponde il suo compagno di stanza con uno sguardo a metà tra l’incredulo e lo stralunato, di fronte a quello spettacolo di colori, luci e suoni… Poi, attirata l’attenzione dell’altro con dei gesti, Brhane chiede “Ma dove siamo noi adesso?” La domanda pare tanto sciocca che Marco accenna ad un sorriso e risponde “All’ospedale!”, “No, intendo dove siamo geograficamente? Come si chiama questa città? E’ vicina Roma? E Bergamo?” A quelle domande Marco resta qualche secondo fermo con la faccia incredula e con un profondo senso di compassione, non gli resta dunque che aprire sul pc un’immagine geografica dell’Italia… “Ecco, guarda, la nostra città si chiama Siracusa, io sono nato qui” afferma il giovane indicando col dito sul monitor… “Tutta questa è l’Italia, e qui al centro si trova Roma, dove vivo…”, Brhane è ancora più confuso e commenta “E’ strana l’Italia, è lunga e stretta…”, “E non hai ancora visto i trasporti… “ mormora Marco senza farsi capire…

Nel frattempo la partita finisce e i due si mettono nei rispettivi letti ma purtroppo, come spesso capita quando non si ha la mente serena, il sonno tarda ad arrivare. All’una della notte, in un silenzio spettrale che avvolge tutto l’Ospedale, Marco esce sul balcone della stanza e si siede osservando il piazzale del pronto soccorso… Brhane lo segue e, messosi a sedere anche lui, osserva “E’ bello qui, mi piace guardare fuori, la gente che va e viene è libera! Italia significa democrazia, libertà!”, “Come ci sei finito qui?” domanda Marco sgranocchiando qualche biscotto, Brhane osserva il cielo, poi si volta verso l’immenso Santuario della Madonna delle Lacrime che troneggia sull’Ospedale di Siracusa, e risponde “Adesso, fratello mio, ti racconto la mia storia…”

Ho 45 anniuna moglie e quattro figli che stanno in Eritrea. Ho parenti in giro per l’Europa, tra i quali una sorella in Scandinavia. Loro mi aiutano inviando alla mia famiglia i soldi che necessitano per vivere. Mia moglie gestisce un piccolo market mentre io, negli anni scorsi, ho tentato di tutto per guadagnarmi da vivere. Sono stato un soldato combattendo anche nella guerra contro l’Etiopia alla fine degli anni ’90, ma non mi piacciono le armi e non mi piace la violenza… successivamente ho provato a fare un po’ di import-export… Un giorno, provenendo dal Sudan, tentai di entrare in Eritrea con un furgoncino pieno di svariate merci da vendere, tra le quali anche prodotti cosmetici per donna… Devi sapere Marco che in Eritrea abbiamo lo stesso governo, lo stesso dittatore, da vent’anni, e non è permesso il libero scambio… La polizia mi fermò e mi sequestrò tutto, lasciandomi senza niente… Dopo questo sono andato a cercare l’oro! Lontano dalle città, tra montagne, ruscelli e strade dissestate, con l’aiuto di due asini, ho fatto per diverso tempo il cercatore… Ma devi sapere, amico mio, che in Eritrea non è permesso neanche questo! Così una notte, mentre ero accampato col fuoco acceso, la polizia è venuta a cercarmi e sono scappato lasciando tutto lì, asini compresi…”

Il racconto prosegue in modo ilare, non mancano le risate, ma si fa più serio quando Marco vuole sapere del suo viaggio per raggiungere l’Italia…

“Sono partito 3 anni fa dall’Eritrea. Da ben 3 anni non vedo la mia famiglia, non vedo i miei figli” afferma Brhane mentre gli occhi tradiscono la forte emozione… “Prima sono andato in Sudan, e ci sono stato per circa un anno e mezzo. Ho gestito un piccolo market ma in Sudan non esiste libertà, e i cristiani non sono ben visti dalla popolazione musulmana, ho avuto dunque diversi guai con la giustizia locale. Successivamente, dopo aver girovagato per diversi paesi, mi sono messo in viaggio per l’Europa…” a questo punto Marco lo ferma e gli domanda “Spiegami prima come funziona, chi ti ha fatto arrivare qui?” “Si tratta di organizzazioni transnazionali” risponde Brhane, “Ci sono eritrei che procurano le persone, e libici che organizzano le barche, il tutto è fatto in modo coordinato tra loro, e per questo viaggio ho speso, complessivamente, circa 12 mila dollari…”, “Chi ti ha dato questi soldi?” gli domanda il giovane, “I miei parenti, da ogni parte d’Europa, mi hanno aiutato per permettermi di arrivare qui…”, “Capisco” risponde Marco “Ora raccontami del viaggio”… “Ho dovuto prima attraversare il deserto. Il Sahara è il luogo più tremendo del mondo. Eravamo almeno una ventina su un pick-up, perché per attraversare il deserto non puoi usare macchine normali, altrimenti la sabbia ingolfa il motore… Di giorno il caldo era tremendo, quando qualcuno non ce la faceva veniva buttato giù e si proseguiva, e noi non potevamo opporci perché quando io ho provato a ribellarmi mi è stata puntata un’arma contro. L’acqua è imbevibile, è bollente, brucia la gola e lo stomaco… Di notte fa un freddo terribile. Ma devi stare anche attento perché nel deserto si aggirano medici occidentali i quali, d’accordo con le tribù locali, a volte arrivano anche ad uccidere quelli come noi, che siamo gente dimenticata, per prenderci gli organi… Dopo circa una settimana sono arrivato in Libia…” e qui l’espressione di Brhane si fa molto seria, mentre quella di Marco è sempre più esterrefatta, sconvolta…

“In Libia mi hanno trattato peggio di un animale, come usano fare con tutti quelli che entrano nel Paese per imbarcarsi verso l’Europa… Gli animali almeno hanno un po’ di dignità… Le guardie mi hanno arrestato perché ero clandestino, mi hanno rubato i soldi che avevo in tasca, circa 600 dollari, mentre altri 600 li avevo nascosti dentro un calzino e, in un primo momento, sono riuscito a conservarli… Mi hanno sbattuto in galera. Le condizioni dei prigionieri erano tremende. Mi chiesero se ero cristiano o musulmano ed io, che non potevo mentire su questo, ho detto che ero cristiano… Sono stato picchiato e ho subito ogni sorta di vessazione. Ci davano un pasto al giorno e, spesso, i soldati sputavano nella scodella prima di darcela. Di notte spesso le guardie bevevano o facevano uso di droghe, poi entravano nelle celle e ci massacravano di botte per puro divertimento, forse è a causa di quelle percosse che i miei reni sono ridotti così… Sono stato complessivamente in Libia per 8 mesi…” Marco rimane ad ascoltare inorridito, di quei racconti se ne sentono tanti in televisione, ma toccare con mano quel tipo di sofferenza è un’esperienza forte, certamente dolorosa, ma formativa. Brhane prosegue raccontando poi altre disavventure capitate in quel Paese dove la caduta di Gheddafi non ha, finora, modificato di molto le usanze ed i metodi delle istituzioni, “Era necessario per me uscire da quella galera. Avevo altri 600 dollari, quindi pensai di corrompere una guardia dato che in molti facevano così. Lo feci ed uscì di prigione, ma era tutta una farsa, perché mi hanno arrestato di nuovo e, per la seconda volta, ho dovuto pagare un soldato per uscire… Sono dunque rimasto senza un dollaro ma, finalmente, dopo essere uscito di prigione per la seconda volta sono riuscito ad imbarcarmi per raggiungere l’Italia…” quando Brhane pronuncia la parola “Italia” quasi si commuove, poi ripete “i soldati italiani ci hanno salvato la vita… sono venuti a soccorrerci prima con un elicottero poi con una barca, ci hanno dato cibo e acqua… grazie soldati italiani! Grazie!” Marco sorride un po’ imbarazzato… poi lo ascolta proseguire “Sono stato in mare per 4 giorni e 4 notti… Non vedevo altro che il cielo e l’acqua… Eravamo 160 su un barcone vecchio che dopo poco tempo si è rotto andando alla deriva, ci avevano dato solo 5 bottiglie di acqua e qualche pezzo di frutta… Durante la traversata ho avuto sete, alcuni di noi hanno bevuto l’acqua del mare… C’erano donne e bambini che piangevano, ed erano di nazionalità diversa dalla mia, molti siriani… Poi, all’improvviso, i soldati italiani! Quando abbiamo toccato terra sono stato subito soccorso, si sono accorti che stavo male e mi hanno portato immediatamente qui all’ospedale. Grazie Italia, io qui ho visto per la prima volta la libertà…”

A quel punto l’emozione tradisce entrambi, che si stringono le mani sorridendo con gli occhi lucidi. Questo racconto spaventoso deve far riflettere anche sulle responsabilità dei precedenti governi italiani a guida centrodestra i quali, siglando appositi accordi con la Libia di Gheddafi, pur di impedire che i migranti si mettessero in viaggio, hanno concesso a questo Paese di fare un lavoro sporcchissimo. Non importava come, ma ai clandestini andava impedito con ogni mezzo, senza tener minimamente conto degli orrori che si consumavano E SI CONSUMANO nelle carceri libiche, di partire dal Nord Africa per raggiungere le coste italiane. All’ex Ministro dell’Interno Maroni, il quale sostiene che durante il suo mandato le tragedie del mare non si verificavano, forse sarebbe opportuno rispondere che tragedie ben più gravi si sono verificate (e si verificano ancora) nelle carceri libiche, come conseguenza anche di quegli accordi firmati dal suo governo con Gheddafi per contrastare, con ogni mezzo, l’immigrazione clandestina.

Sono le 4 del mattino quando termina questo racconto. Il tempo di una breve preghiera, un Padre Nostro in Italiano per Marco, ed uno in eritreo per Brhane, e poi si va a dormire. Ma Marco riflette fin da subito sul proposito di scrivere e divulgare un giorno la storia di questo suo amico, fratello. Proposito che si concretizza proprio con questo articolo volto a far conoscere la verità, con tutta la sua crudezza. Brhane sarà costretto a fare la dialisi per tutta la vita, ma almeno è salvo, e l’Italia ha il dovere morale di accoglierlo, perché prima di lui siamo stati NOI un popolo di migranti e abbiamo patito sofferenze, umiliazioni e discriminazioni di ogni sorta proprio per il nostro essere “italiani” o, come si usa dire altrove, “mangiaspaghetti”. Abbiamo forse dimenticato?

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