Politica

Matteo Renzi – Zagrebelsky, 2 a 0

L’appuntamento di Mentana su La7 si è trasformato, ieri sera, nell’arena del duello tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il giurista e costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.

Uno scontro nel merito della riforma costituzionale, sulla quale i cittadini italiani si pronunceranno il prossimo 4 Dicembre, un dibattito alla cui premessa sarebbe dovuto esserci l’obbligo di sgombrare il campo da ogni elemento nocivo alla comprensione dei quesiti. Un dibattito, a differenza di quello prettamente mediatico avuto con Marco Travaglio, che avrebbe dovuto avere un connotato più tecnico, sarebbe dovuto entrare più nel merito della riforma e spiegarla ad i cittadini a casa.

Un dibattito che purtroppo si è trasformato in altro, si è trasformato in un grottesca difesa del “No” da parte del prof. Zagrebelsky arroccata sul “non ricordo” ed un infondata accusa di “svolta autoritaria”.

Andiamo quindi ad affrontare l’unica vera tesi, gravissima, messa sul piatto dal rappresentante del “No” per controbattere alle tesi di riforma costituzionale proposta da questo Governo ovvero la paventata deriva autoritaria a cui si va incontro.  Per il giurista infatti “c’è un rischio di concentrazione al vertice, col pericolo di passare dalla democrazia all’ oligarchia.  Il contesto in cui si colloca la riforma – prosegue Zagrebelsky – è legato alla legge elettorale, con quest’ultima, la riforma “raggiunge un risultato di premierato assoluto, più forte del presidenzialismo”, ha affermato il giurista aggiungendo che il ddl Boschi è più forte della riforma costituzionale voluta da Silvio Berlusconi.

Dobbiamo quindi concludere che, nonostante la riforma costituzionale non tocchi minimamente i poteri e le attribuzioni del Presidente del Consiglio (il quale non può e non deve per onestà intellettuale essere paragonato alla figura del Presidente in un sistema presidenziale), nonostante vengano alzati i quorum di elezione del Presidente della Repubblica e della Corte da parte del Parlamento (si professore perché calcolatrice alla mano i 3/5 dell’assemblea è una percentuale maggiore della maggioranza assoluta e sfido le opposizioni ad uscire dall’aula e lasciar campo libero alla maggioranza), nonostante vengano dati e/o riconosciuti diritti alle opposizioni (lo statuto delle opposizioni può e deve essere approvato dalla stessa Camera saranno poi i regolamenti interni a stabilirne l’organicità ed un quorum accettabile al fine di non ledere le opposizioni stesse) , nonostante tutto ciò questa riforma è addirittura peggiore di quella voluta da Silvio Berlusconi e la Lega, quella per intenderci nella quale il Presidente del Consiglio poteva nominare e revocare i Ministri (con la riforma presente i Ministri vengono proposti dal PdC ma nominati dal Presidente della Repubblica), quella che permetteva allo stesso Presidente del Consiglio di “Sciogliere le Camere” a suo piacimenti. Ritengo che sia sufficiente per definire quantomeno pretestuoso ritenere quindi la riforma che si voterà a Dicembre peggiore di quella voluta da Berlusconi e largamente infondata l’accusa di deriva autorità per una ristrutturazione costituzionale che non lede alcun principio democratico attualmente in vigore.

L’autoritarismo non si misura nel fatto che dopo le elezioni i Governi durino legittimamente 5 anni poiché altrimenti i nostri padri costituenti avrebbero dato a tale carica una natura variabile, dai 2 ai 5 anni o che so io, invece la scelta è stata fatta con cognizione di causa, è stata fatta per responsabilizzare Governo e Parlamento, per legarli nel progetto legislativo che i cittadini andavano a votare ed è solo colpa del nostro sistema politico se questa previsione non ha mai visto una concreta attuazione, almeno sino ad ora. La Democrazia non è in pericolo quando si dichiara con forza che il Governo deve poter stabilmente portare avanti il progetto politico con il quale ha ottenuto la fiducia dai rappresentanti del popolo, una stabilità tradotta proprio dalla legge elettorale voluta da questo Governo, una legge che traduce gli stessi principi elogiati dal prof. Zagrebelsky in un intervista del 2013, ma prontamente ritrattata con un drammatico “non ricordo” durante il dibattito.

La Riforma per la quale si voterà il 4 Dicembre tenta di smuovere la stagnazione nella quale il nostro Paese versa, tenta di tagliare dei costi e di razionalizzare i perimetri di competenza, definisce un nuovo Senato composto dai rappresentanti delle autonomie (proprio come avviene in Francia e Germania nonostante funzionamenti in parte differenti a causa delle diverse realtà) che potranno portare in maniera più organica ed in forza di un riconoscimento politico e costituzionale garantito (e non di un principio giurisprudenziale costruito dalla Corte in mancanza della politica), il loro contributo di realtà territoriali all’interno del processo legislativo.

La riforma per la quale si voterà il 4 Dicembre non ha nessuna deriva autoritaria, ma darà regole nelle quali il sistema politico poi potrà continuare a lavorare ed autoriformarsi.

Il drammatico sipario del “No” ha esposto tutti i suoi limiti di riforma e rinnovamento, attaccato alle logiche che hanno impantanato questo Paese bloccandone, purtroppo, ogni più aurea velleità di progresso e rinnovamento.

Il popolo però ha un opportunità……

di Francesco Piacitelli

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