Cultura

Quelle donne tradite dalla rivoluzione. Intervista alla blogger tunisina Lina Ben Mhenni

“Speravo che dopo la rivoluzione avremmo lavorato per ottenere l’uguaglianza totale fra uomini e donne ma ci siamo ritrovati a lottare per difendere i diritti che già c’erano e mantenerli, e non per ottenerne di nuovi”. Così la blogger tunisina Lina ben Mhenni, ha raccontato a LaPresse qual è la situazione delle donne quasi quattro anni dopo la rivoluzione. A suo parere dopo la cacciata di Zine el-Abidine Ben Ali c’è stata una “regressione” e il problema è costituito dal fatto che “c’è un partito islamista al potere”, afferma riferendosi a Ennahda. “Si dice che si tratta di un partito islamista moderato ma non è vero, non esiste l’islamismo moderato” e “Ennahda porta avanti un doppio filo: davanti agli altri Paesi si presentano come moderati difensori di diritti umani e delle donne, ma questa è propaganda, nella vita pubblica qui è tutto un altro discorso, al limite dell’estremismo”, sostiene Lina Ben Mhenni. Certo, adesso c’è una donna candidata alle presidenziali e nella nuova Costituzione tunisina, approvata a gennaio scorso, si legge che ‘lo Stato mira a realizzare la parità tra donna e uomo nei Consigli eletti’, ma secondo la blogger ci sono ancora molti punti da chiarire.

COME È CAMBIATA LA SITUAZIONE DELLE DONNE DOPO BEN ALI?
La situazione delle donne tunisine è particolare rispetto a quella delle altre donne del mondo arabo. La Tunisia è stata infatti sempre avanti a proposito dei diritti delle donne, per esempio il Codice dello statuto della persona (un pacchetto di leggi introdotto nel 1956 dall’allora presidente Habib Bourguiba che mirava all’uguaglianza uomo-donna ndr.) garantiva già dei diritti alle donne. Poi è arrivato il regime di Ben Ali, che ha fatto propaganda per mostrarsi come un regime che rispettava i diritti umani, e in particolare quelli delle donne, approvando per esempio delle leggi che garantivano più diritti. Ma questo è rimasto sempre inchiostro su carta. Dopo la cacciata di Ben Ali abbiamo avuto alti e bassi ma, soprattutto, regressione. Abbiamo avuto un governo con una maggioranza islamista, costituito da Ennahda con Ettakatol e il Congresso per la repubblica (Cpr), che ha provato a più riprese a limitare i diritti delle donne. Abbiamo sentito molti discorsi sessisti. Per esempio all’inizio il leader di Ennahda, Rashid Gannouchi, ha persino parlato di emendare l’articolo del Codice dello statuto della persona che vieta la poligamia in Tunisia; inoltre un deputato di Ennahda (Souad Abderrahim ndr.) ha insultato le ragazze madri. Ma a un certo momento la gente si è fatta sentire, impedendo di limitare i diritti delle donne. Durante la scrittura della Costituzione, per esempio, nell’estate del 2012, ci sono state molte proteste da parte della società civile perché volevano provare a inserire l’espressione ‘complementarietà fra uomo e donna’ invece che ‘uguaglianza fra uomo e donna’. E a un certo punto hanno parlato dell’ipotesi (che non si è concretizzata ndr.) di usare la Sharia come fonte principale per la stesura della Costituzione, ma anche in questo caso cittadini tunisini hanno opposto resistenza. E le pressioni della società civile sono state determinanti anche per far sì che la Tunisia togliesse le riserve che aveva posto aderendo alla Convention sur l’élimination de toutes les formes de discrimination à l’égard des femmes (Cedaw) dell’Onu (cioè la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, entrata in vigore nel 1981 ndr.)

CON LA NUOVA COSTITUZIONE NON CI SONO STATI DEI PROGRESSI?
Si parla spesso di Carta rivoluzionaria, progressista e modernista. E ci si riferisce in particolare all’articolo sull’uguaglianza fra uomo e donna, ma non si fa attenzione ai dettagli: il testo contiene un’affermazione e il suo contrario, nel senso che può essere interpretato in più modi. Precisamente la Carta parla di uguaglianza fra cittadino uomo e cittadina donna, ma questa non è uguaglianza fra uomo e donna in generale, si garantisce l’uguaglianza nell’ambito dello spazio pubblico ma non in quello privato.

PUO’ FARE QUALCHE ESEMPIO DI QUELLO CHE SUCCEDE NELLA VITA QUOTIDIANA?
Ci sono stati diversi processi su violenze alle donne. Per esempio il caso di Meriem Ben Mohamed (la giovane fu violentata da due poliziotti la notte fra il 3 e il 4 settembre del 2012, quando si trovava sulla sua auto insieme al fidanzato ndr.). All’inizio, invece di essere presentata come vittima, è stata presentata come accusata. Ed è ancora la società civile che ha fatto pressione perché gli agenti fossero giudicati. Succede anche che le donne che non portano il velo vengano insultate. All’università per esempio una ragazza mi ha detto che è stata costretta a indossare il velo nella residenza universitaria perché è stata minacciata da altre ragazze. C’è una certa pressione e c’è stata una regressione. Per quanto riguarda il mondo del lavoro, inoltre, non c’è stato un avanzamento, ed è così ovunque nel mondo; per esempio c’è il problema della remunerazione del lavoro: come in tutta Europa, le donne sono pagate meno degli uomini.

E L’USO DEL VELO?
Sotto Ben Ali il velo era vietato negli spazi pubblici. Dopo la rivoluzione, quindi, c’è stato il ritorno del velo, in alcuni casi perché le donne lo volevano, in altri perché vengono minacciate o hanno paura.

LE TUTELE DEL CODICE DI STATUTO DELLA PERSONA NON BASTANO?
E’ vero che c’è il Codice dello statuto della persona, ma restano ancora degli articoli discriminatori come quello dell’eredità: la donna eredita sempre la metà di quello che eredita l’uomo. E continuano a esserci discriminazioni quindi direi che la situazione è regredita. Prima della rivoluzione le associazioni femministe lavoravano per ottenere un po’ più di diritti ma adesso lavorano piuttosto per preservare i diritti che le donne già avevano ed evitare il peggio, perché ogni volta ci si è sentiti minacciati.

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