Cultura

Politica corrotta fa lingua corrotta. Quando un paese declina…

Quando un Paese declina, anche la sua lingua declina: invece di arricchirsi di termini nuovi elaborati a partire della sua propria storia e vocazione, si usano, per concetti e realtà perfettamente esprimibili in lingua normale, le parole offerte da un “pidgin english” talvolta francamente comico. In situazione di declino si va ben oltre la normale, quando è necessaria, immissione di termini stranieri, in forma diretta o italianizzata.

di ANTONIO DEL GUERCIO

Ho conosciuto in Toscana un contadino che ad ogni incontro mi ricordava, bontà sua, che l’espressioe “a bizzeffe” è d’origine araba (come sanno anche i parigini che conoscono l’argot, per i quali il “bézif” è la ricchezza). I nostri antenati non hanno mai avuto paura del meticciato, non solo linguistico.

Per andare al pidgin nostrano, ci dicono per esempio che il politico X ha il politco Z come “competitor”, dio ne guardi gli si presenti davanti un semplice competitore. Abbiamo la “spending review”, espressione che il prof. Monti, e con lui il nostro giornalismo casareccio, ritiene impossibile esprimere in italiano. L’elenco è così lungo e insistito dai media (utile anglicismo, peraltro ultra-latino) da suscitare, assieme all’effetto comico, una certa malinconia.

Non a caso, direi, questo fenomeno s’accompagna ad uno stravolgimento del senso di certi termini. Un solo esempio: riforme. Per essere “riformisti” in altri tempi prima di tutto bisognava essere socialisti desiderosi di distinguersi dai “massimalisti”. Adesso, tutti vogliono “le riforme”, tutti vogliono le stesse cose, immagino.

Era lecito, in altre epoche, avere una “ideologia” non nel senso, caro allo zio Karl di Treviri, di “specchio rovesciato del mondo”, ma di concezione del mondo, o visione strategica, o idea di lungo periodo, o anche – nel senso usato da Vendola – narrazione. Ai giorni nostri sembra proibito averla, questa cosa che, volgarmente derisa, è in verità del tutto naturale e funzionale sul terreno d’una attività politica fondata su l’idea d’un nesso organico passato-presente-futuro.

Infine, poiché sono stato formato in Francia, mi si perdonerà se – anche in omaggio al titolo, amato dei giacobini napoletani, di questo periodico – trovo abbastanza disgustoso l’uso dispregiativo del nobile termine di giacobino, diffuso a destra e – ahinoi – a sinistra.

Politica corrotta fa lingua corrotta.

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