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Né portacenere né acquasantiera. La capitale e il suo destino funesto

 

 

Roma è come un’acquasantiera che noi abbiamo trasformato in un portacenere. Questa frase che potrebbe suonare così attuale viene pronunciata da un personaggio del Fu Mattia Pascal di Pirandello, pubblicato ben 109 anni fa.  Questo per dire che era ben chiara fin dall’inizio la difficoltà di sovrapporre le strutture di una capitale moderna e popolosa a quel prezioso scrigno di simboli che è sempre stata l’Urbe. Se ce ne fosse bisogno, ce lo ricorda il dibattito sull’annunciata chiusura di un tratto di via dei Fori Imperiali, lo stradone mussolinano, frutto di vari sventramenti, che si impone dal 1932 su uno dei più ricchi parchi archeologici del mondo.

di FABIO BENINCASA

 

In un articolo apparso sulle pagine romane del Corriere, Aldo Cazzullo stronca l’iniziativa di Marino riassumendo un po’ le obiezioni che si sentono più spesso in giro: altri sono i problemi della città, la chiusura è troppo brusca, causerà disagi, è solo un’iniziativa propagandistica della giunta.

Proviamo a fare mente locale. È vero, i problemi della città sono tanti: il crimine a Ostia, l’invasione dei camion bar, l’abusivismo, il traffico: ognuno ha la sua lista, ma proprio per questo è giusto cominciare da qualche parte e non c’è modo migliore di cominciare se non con un atto dall’estremo valore simbolico. Non significa che tutti gli altri problemi non possano e debbano venire affrontati contemporaneamente. Quanto alla gradualità dell’iniziativa: se ne parla fin dagli anni ’80, ci sono numerosi studi in merito, ma prima o poi le macchine vanno fermate veramente.

 

Il Colosseo poi non è solo un monumento romano. È sul retro delle monete, raffigurato in innumerevoli quadri, rappresenta l’ideale stesso della classicità nel mondo. Con la Torre di Pisa è uno dei pochi monumenti italiani che è conosciuto veramente da tutti. Il riordino dell’intera area non passerà inosservato su giornali e TV all’estero, rilanciando finalmente l’immagine di una città opacizzata da troppi anni di assenza di una precisa linea culturale. Non è propaganda: è immagine. La buona reputazione fa bene al turismo, al commercio e al nostro umore. Lasciare che il Colosseo vada in rovina perché a via Merulana c’è qualche disagio non sembra da nessun punto di vista un affare per la cittadinanza, né per il suo orgoglio storico e neppure per l’economia.

 

Forse è vero che ci saranno dei problemi da affrontare, ma il numero di residenti del centro è ormai veramente esiguo. Quello che causa veramente i disagi non è la chiusura di via dei Fori Imperiali, ma l’esistenza di flussi di traffico obbligati dalla mancanza di decentramento e di alternative. Siamo troppo spesso costretti a passare per il centro e a usare la macchina invece dei mezzi pubblici. Di una complessiva strategia rispetto a questi problemi bisognerà chiedere conto alla giunta che comincia ora a lavorare dopo lunghi anni di inerzia.

 

Roma deve smettere di essere un portacenere dove si raccolgono i mozziconi di ogni infima attività sociale. La nostra stessa presenza non gli consente più di essere “l’acquasantiera” di Pirandello, ma non è ancora troppo tardi per renderla quello che si merita davvero di essere, una capitale e una metropoli.

 

 

 

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