Politica

Maledetta subalternità. Il Pd e la mozione di sfiducia contro Alfano

 Quello che segue è il commento del senatore democrat Walter Tocci apparso su L’Unità di sabato 20 luglio 2013
Siamo il primo partito della coalizione, ma abbiamo scarsa consapevolezza della forza e del ruolo che ci competono. Altrimenti avremmo ottenuto la revoca della delega al Ministro dell’Interno. La sua rinuncia avrebbe rafforzato il governo, mentre la sua permanenza nell’incarico sarà fonte di instabilità, di ricatti e di ulteriori passaggi traumatici. È uno dei più gravi episodi della storia repubblicana. Mai si erano intrecciate in un solo episodio tante cattive notizie: uno smacco all’immagine internazionale, proprio su quella garanzia dei diritti umani che dovrebbe essere sacra in democrazia; evidenti bugie raccontate con iattanza da un ministro al Parlamento; il meschino tentativo di un politico di salvare se stesso incolpando le forze dell’ordine. Avremmo dovuto chiedere la revoca della delega prima che il ministro venisse in Parlamento, senza lasciare la decisione al buon cuore dell’interessato e del suo partito.

 

Per raggiungere l’obiettivo ci voleva la compattezza della nostra “delegazione trattante”. Si tratta di una decina di persone, ai massimi livelli di partito e di governo, che stimo a livello individuale, ma che come collettivo non funzionano a dovere. La destra è guidata da giocatori d’azzardo che a ogni mossa rischiano il banco e alla fine portano a casa il risultato. I “nostri” invece perdono perché hanno paura di rischiare. Ma – come dice il poeta – “là dove c’è il rischio, cresce anche ciò che salva”. Bisognerebbe stare in coalizione ma essendo pronti a uscirne. Anche se non accadesse mai, la forza contrattuale aumenterebbe. Purtroppo non ne siamo capaci.
È merito dei nostri gruppi l’aver impedito una sospensione di tre giorni dei lavori parlamentari, ma il PD non deve farsi mettere con le spalle al muro. Deve saper trattare con l’alleato, per impedire ad esempio che Brunetta pronunci in Parlamento quelle parole inaudite. Siamo impegnati a risolvere la questione IMU salvaguardando i redditi bassi, facendo pagare i ceti più agiati, ma non si capisce perché il problema non sia stato risolto nelle trattative per la formazione del governo, risparmiandoci mesi di incertezza nella politica economica. Abbiamo ottenuto che si possa discutere del Porcellum in Parlamento, ma sbagliando nel concedere alla destra di discutere della legge elettorale solo all’interno della revisione costituzionale. Sono errori tattici, provocati dalla smania di inseguire il PDL.
Non abbiamo mai imposto una nostra priorità. Possibile che il PD non abbia la forza di mettere sul tavolo un’organica proposta per creare lavoro e per affrontare credibilmente i vincoli di bilancio? La destra, a modo suo, gridando contro la Germania e contro l’Imu, si fa capire dal suo elettorato. L’agenda è in mano a Berlusconi che decide non solo gli argomenti, ma anche la durata del governo, come ha già fatto con Monti.
La subalternità non solo non pone problemi all’alleato, ma li scarica sulla vita interna, provocando discussioni tra noi. Francamente non accetto i comizietti sulla disciplina da parte di ministri che non hanno saputo convincere Alfano a lasciare. Il malessere del Pd non dipende dai dissensi, ma dall’inadeguatezza di chi dovrebbe rappresentarci.
Trasformare impropriamente la vicenda di un ministro poco responsabile in un voto di fiducia all’intero esecutivo è un altro errore politico e istituzionale, forse più grave dei precedenti. Non si può accettare. Mi sono quindi assentato dalla votazione, per non smentire la decisione del Gruppo.
Non dipende tutto dai difetti dei singoli, c’è una causa politica. Non ci siamo mai ripresi dalla vicenda del Quirinale, che pesa come un incubo non rielaborato e toglie lucidità politica. Ai vertici del governo e del partito aleggia lo spirito dei 101, i quali – ormai è chiaro – non erano certo parlamentari scavezzacolli, ma una parte politica che ha lucidamente ribaltato la proposta presentata a milioni di elettori. Quella scelta conteneva già la subalternità verso il PDL. Ciò che è venuto dopo ne è stata solo la conferma.
Il Pd in questo momento manca di direzione politica. Nei prossimi mesi saremo chiamati a passaggi difficili e non possiamo aspettare che il congresso risolva la leadership. Un partito ha bisogno di un gruppo dirigente, non di una “delegazione trattante” – la quale anzi va contenuta e messa in condizione di non nuocere affiancandole un Consiglio Strategico che elabori proposte per una condotta politica più intelligente. Dovrebbe essere costituito, in via transitoria fino al congresso, da iscritti non coinvolti nel congresso e non annebbiati dalle gestioni passate, da nostre personalità con ampio consenso tra i militanti e gli elettori, dagli esponenti di quel Pd che vince sul territorio, come nelle ultime amministrative.
Potrebbe essere un’occasione per portare aria fresca e spirito vincente.

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