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Mafia Capitale, il PD blinda Marino e Zingaretti: “Sono baluardo di legalità”. Tutti i nomi degli arrestati

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campidoglio1Le giunte di Ignazio Marino e Nicola Zingaretti rappresentano un baluardo della legalità. Dall’avvio della loro avventura politico-amministrativa il malaffare e la corruzione sono stati estromessi dai palazzi del potere.
E’ la difesa netta e chiara che il Partito Democratico mette in campo dopo la nuova ondata di arresti di Mafia Capitale. Gli arresti hanno riguardato rappresentanti politici di destra e di sinistra, e le opposizioni al governo Renzi sono salite sugli scudi. Duri gli attacchi al sistema-Roma, che avrebbe propaggini nel governo. In base ad alcune intercettazioni, infatti, sarebbe coinvolto anche il ministro degli Interni Angelino Alfano, mentre NCD nega qualsiasi collegamento.

Netto il giudizio del premier Renzi: “E’ giusto che chi ha violato le regole del gioco paghi tutto, fino all’ultimo giorno e fino all’ultimo centesimo”. Niente sconti per i colpevoli, dunque, e un immediato rilancio del ruolo del Pd. ”Un Paese solido combatte la corruzione, come sta avvenendo in Italia, con grande decisione e forza mandando chi ruba in galera”, afferma oggi Renzi, replicando indirettamente a chi, come il 5S Alessandro Di Battista abbina il Pd alle “arance”.
E Matteo Orfini, presidente dei Dem nominato commissario straordinario del partito romano proprio dopo lo scandalo Mafia Capitale, nel pomeriggio ha incontrato i vicesegretari Guerini e Serracchiani e ha convocato una conferenza stampa per fugare ogni dubbio sul sostegno del Nazareno a Ignazio Marino e Nicola Zingaretti. Dubbi che invece Orfini non fuga sui servizi segreti: “E’ curioso che una figura come Carminati abbia potuto costruire un sistema criminale di tale entita’. Chiedero’ al Copasir di occuparsi di questa vicenda, per chiedere come e’ possibile che i servizi segreti non si siano accorti di cosa stava facendo una persona a loro evidentemente nota”.
Il presidente dem non ha dubbi: “Il Pd e’ il partito anti-MafiaCapitale”, annunciando tra l’altro che tutti i consiglieri coinvolti saranno sospesi. Quanto al ritorno alle urne, Orfini e’ netto. “Non ci sono le condizioni” per lo scioglimento per Mafia del comune di Roma, scandisce, rispondendo punto per punto alle accuse del M5S, di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni: “Marino e Zingaretti sono stati un baluardo contro il malaffare e quello che sta emergendo e’ anche dovuto alle loro denunce”. Il tema, tuttavia, c’e’ e va ben oltre i confini del Lazio.
“Tra gli arresti ci sono diversi esponenti del Pd e di altre forze politiche, salvo il M5S, che ne esce ancora una volta pulito”, tuona il blog di Beppe Grillo mentre il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, chiede le dimissioni dello stesso Orfini e affonda: “A Renzi dico che e’ finita l’epoca del ‘io non c’ero’. Dicono sempre che le colpe sono di quelli di prima ma in questa classe dirigente ci sono tanti indagati”. E mentre anche FI, al termine di un vertice dello stato maggiore del partito, chiede un passo indietro a Marino e Zingaretti, il vento delle polemiche divide le opposizioni stesse, con il M5S che accusa il Carroccio: “La Lega e’ alleato ai principali protagonisti di Mafia Capitale e le politiche di governo Lega-FI hanno finanziato con decine di milioni di euro il vergognoso business della gestione dei campi nomadi di Roma e dei centri migranti”.

La seconda retata di Mafia Capitale, quindi, ha scatenato un “tutti contro tutti”. Secondo le carte dell’inchiesta, inoltre, Luca Odevaine si sofferma su un presunto appoggio, anche finanziario, di Cl a Ncd: “Castiglione si e’ avvicinato molto a Comunione e Liberazione, insieme ad Alfano e adesso loro …,Cl, di fatto sostengono strutturalmente tutta questa roba di Alfano”, afferma Odevaine. Parole alle quali Ncd, in una nota ufficiale, replica con nettezza: “Non abbiamo il piacere di conoscere Odevaine, ma sappiamo benissimo che Cl non ha mai finanziato il nostro partito”. E, sottolinea la stessa nota mascherando l’imbarazzo degli alfaniani, i finanziamenti ricevuti “sono soltanto quelli consentiti dalla legge”, per un partito che “e’ il solo, in Parlamento, a non usufruire di un euro di finanziamento pubblico”.

 

Le carte dell’inchiesta

Mafia Capitale 2 scoperchia un sistema – Roma che era costruito in maniera impeccabile sulla pelle dei migranti e sul giro di denaro e mazzette ad essi collegati. Un euro per ogni migrante ospitato nei Centri, un vortice di tangenti e mazzette che secondo le carte dell’indagine travolge la cooperativa La Cascina, considerata da sempre vicina a Comunione e Liberazione, sfiora l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e arriva fino al Viminale, dove gli indagati sostengono di “aver agganciato” il sottosegretario Domenico Manzione.
La seconda tranche dell’inchiesta sul “mondo di mezzo” sfonda il sistema relativo alla gestione dei Centri di accoglienza per i migranti. Al centro del “sistema” ci sono Luca Odevaine, uomo di collegamento tra le istituzioni e le propaggini di Mafia Capitale, seduto al Tavolo di coordinamento sull’immigrazione presso il Viminale, ed i manager de La Cascina Domenica Cammissa, Salvatore Menolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara.

Il Gip ha disposto i domiciliari per tutti loro, mentre per Ferrara si sono aperte le porte del carcere. La principale colpa? “Avrebbero promesso uno stipendio fisso da 10 mila euro al mese, poi raddoppiato a 20mila a Odevaine “per lo stabile asservimento della sua funzione di pubblico ufficiale” agli interessi della cooperativa.

E Odevaine avrebbe sempre “onorato” la sua funzione, orientando le scelte del Tavolo in modo da indirizzare i migranti nelle strutture gestite da La Cascina, fatto pressioni per far aprire i Centri nei luoghi graditi alla cooperativa e concordato con i manager il contenuto degli stessi bandi di gara. Stando a quel Tavolo, e’ lui stesso a dirlo, “sono in grado un po’ di orientare i flussi (di migranti) che arrivano da giu’…” e dirottarli dove serve. “Il mio ruolo – dice ancora – e’ quello di collegamento con il ministero… soprattutto per trovare poi la possibilita’ di implementare il lavoro”. Ed e’ forse in quest’ottica che racconta a Buzzi, il ras delle cooperative, di aver “agganciato” il sottosegretario Manzione. “Ieri pero’ c’ho litigato – prosegue – nel senso che c’ho discusso un po’ perche’…cioe’… come al solito… si siedono intorno al tavolo gente che non sa di che parla”.

Secondo il quadro ricostruito dagli investigatori c’è la certezza di almeno cinque episodi di passaggio delle tangenti dalle mani degli esponenti della Cascina a Odevaine, l’ultimo dei quali andato in scena lo scorso 6 ottobre quando l’uomo ha ricevuto una mazzetta da 15mila euro che Parabita gli consegna nella sua abitazione. “Questa volta, una volta nella vita – dice Odevaine in una delle tante conversazioni intercettate – vorrei… quantomeno… non regalare le cose, insomma … almeno io da questa roba qua… visto anche che sto finendo di lavorare in Provincia e quant’altro almeno ce vorrei guadagna’ uno stipendio pure pe me”. Un guadagno che, in una telefonata con il suo commercialista Stefano Bravo, Odevaine quantifica in 50 mila euro: “”ti spiego l’accordo con La Cascina per i prossimi tre…sono accordi che riguardano circa 50mila euro al mese…in teoria io me ne posso anda’ al mare”.

E’ il Centro di Mineo che sembra essere totalmente asservito al sistema Odevaine: “Il bando – afferma ridendo riferendosi alla gara per l’appalto – diciamo che e’ abbastanza blindato… insomma…non…sara’ difficile che possa aggiudicarselo qualcun altro…e’ quasi impossibile”. Ma Odevaine chiama in causa anche Gianni Letta che, quando si decise di aprire il Cara, “fece un piacere a Pizzarotti… dandogli un sacco di soldi…gli pagavano piu’ di 6 milioni l’anno di affitto”. La gestione, inoltre, fu affidata “alla Croce rossa direttamente, senza gara senza niente” anche se “costava il doppio di qualunque altro centro in Italia”: 90 euro invece che 45 euro a migrante. Questo perche’, e’ la sua tesi, nella Cri “c’e’ la moglie de Letta”. In realta’, annotano gli investigatori, Odevaine fa probabilmente riferimento a Maria Teresa Letta, sorella di Gianni Letta e vice presidente della Cri.

L’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dell’esecutivo Berlusconi si difende: “Non so di che parlino Odevaine e il suo commercialista, non conosco ne’ l’uno ne’ l’altro, non mi sono mai interessato del centro di Mineo, una vicenda che non e’ stata mai seguita da me ma da altri”. E’ l’allora capo della protezione civile Franco Gabrielli a volerci vedere chiaro. “Gabrielli mi dice ‘prenditi ste carte…guarda un attimo perche’ secondo me sta cosa costa sproposito…fatti i conti perche’ in caso lo chiudiamo”.
E con queste premesse si arriva alla gara d’appalto vinta, tra gli altri, proprio da La Cascina. Dalla quale arriveranno, secondo l’accusa, le mazzette. Raccontando la vicenda di Mineo Odevaine parla anche di Alfano e del suo partito, sostenendo che “Comunione e liberazione lo appoggia… stanno finanziando…sono tra i principali finanziatori” del partito. Anche Nuovo Centro Destra si difende dal quadro emerso dalle intercettazioni: “Mai avuto finanziamenti da Cl”.
Un altro centro “attenzionato” dal sistema di Mafia Capitale è quello di San Giuliano di Puglia. Anche in questo caso Odevaine si mette a disposizione de La Cascina, “concordando una ulteriore retribuzione”. Di cui pero’ non parla “per scaramanzia”: “aspettiamo la gara e su quella ci danno un utile punto e basta…”. Comunque, “se sono mille e io ti chiedo 2 euro e’ il minimo proprio che te posso chiede, comunque so 60mila euro al mese no? senza lavorarci eh?”. L’unica sua preoccupazione sembra essere il fatto che i manager della Cascina hanno timore che venga scoperto il giro di tangenti. “Non me pagano, non pagano non so piu’ fare – sbotta – Non sanno come darmeli non vogliono non accettano nessuna soluzione che gli ho prospettato sono tutti paranoici perche’ c’hanno paura di tutto, perche’ non vogliono neanche lontanamente possa risulta’ qualche collegamento tra me e loro”.


“La mucca deve mangiare per essere munta”. Parola del “compagno Buzzi”.

La seconda tornata della maxi inchiesta Mafia Capitale ha un’immagine simbolo, fornita da Salvatore Buzzi. “La mucca deve mangiare per essere munta“: una metafora colorita che fornisce bene l’immagine del sistema che il clan ‘capitolino’ aveva creato per poter portare avanti i suoi affari, in primis quello sulla accoglienza dei migranti. Buzzi appare sempre di più come il vero capo politico del gruppo criminale su cui stanno indagando i magistrati di piazzale Clodio.
“Guarda che ha detto Buzzi che qui la mucca l’amo munta tanto’”, afferma l’ex ‘detenuto modello’ parlando al telefono con Franco Figurelli, componente della segreteria dell’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd), entrambi per i pm a libro paga di Mafia Capitale. Alle parole di Buzzi, Figurelli risponde affermando che “questa metafora io gliela dico sempre al mio amico, mi dice: ‘Non mi rompere il ca.. perche’ se questa e’ la metafora lui ha gia’ fatto, per cui non mi rompere’”. Buzzi, senza scomporsi, ribatte: “Aho, pero’ diglielo”. Figurelli: “Allora, ieri me c’ha mannato aff… per ave’ detto sta cosa, tu non hai capito, me c’ha mannato aff…, dice: ‘Non ti puo’ rispondere cosi’ l’amico Salvatore perche’ noi gia’ fatto’”. Poche righe di intercettazione che pero’ rendono chiaro ed evidente il tipo di rapporto che il clan stabiliva con i suoi interlocutori istituzionali. Molti dei quali, secondo gli inquirenti, erano foraggiati con veri e propri stipendi ‘paralleli’ grazie ai quali Buzzi e soci riuscivano ad ottenere voti in commissioni, via libera per potere ramificare il loro giro d’affari che negli ultimi anni aveva registrato una impennata alla voce “entrate”. Dalle carte dell’inchiesta emerge il ’modus’ operandi nel clan che viveva sulla diarchia Carminati-Buzzi. In un’altra intercettazione l’ex Nar fornisce una sorta di vademecum su come il gruppo doveva interfacciarsi con i rappresentanti della ‘cosa pubblica’. Il funzionario pubblico “o se caccia o se compra, se si compra e’ meglio”. La regola Carminati mentre parla con Buzzi e con il suo collaboratore Claudio Caldarelli su come corrompere Gaetano Altamura, direttore del dipartimento ambiente del Campidoglio, finito oggi agli arresti domiciliari. Buzzi si rivolge al ‘socio’ affermando che ‘Altamura piglia i soldi e quindi la strada non e’ la politica…pero’ se lui piglia i soldi andiamocelo a compra’, no?”. Una proposta su cui arriva la chiosa di Carminati. “Certo, o se caccia o se compra?se si compra e’ meglio”, sentenzia il presunto boss.


I politici coinvolti

Amministratori pubblici e rappresentanti politici. Tutti a libro paga del sistema Mafia Capitale. Tutti a bordo di “un taxi su cui sali e non scendi piu’”. Persone, amministratori locali, di “proprieta’” del clan che venivano foraggiate, stipendiate in cambio di fedelta’ assoluta agli obiettivi di business dell’organizzazione. Il secondo passo di Mafia Capitale restituisce un affresco della corruzione e della capacita’ che il gruppo di Massimo Carminati e Salvatore Buzzi aveva di ‘penetrare’ la cosa pubblica. Consiglieri comunali, alti dirigenti di Comune e Regione, tutte figure apicali e strategiche che la Mafia del Tevere piegava al suo volere non con la minaccia della lupara ma con un fiume ininterrotto di denaro.”I consiglieri comunali devono stare ai nostri ordini”. Dice Buzzi al telefono con Carminati. “Ma perche’ dovrei stare agli ordini tuoi? Te pago!”, replica Carminati dall’altro capo della cornetta, intercettato dai Ros. Poche regole chiare da seguire. Il potere di sapere gestire il “parco uomini”, un po’ come una squadra di calcio. Mirko Coratti, dal 2013 e fino a dicembre scorso presidente Pd del Consiglio comunale di Roma, era stato ribattezzato ‘Balotelli’ dal ras delle coop Salvatore Buzzi, perche’ non faceva “gioco di squadra”, dice in telefonate intercettate. Coratti che pure, secondo l’accusa, era a libro paga di Mafia Capitale e che aveva ricevuto 10 mila euro da Buzzi solo per concedergli un incontro. “Me so’ comprato Coratti, gioca con noi”, disse poi il presunto braccio destro di Massimo Carminati. Ma Coratti, arrestato oggi, scrive il gip, “aveva pretese continue, tra cui l’assunzione di persone nelle coop di Buzzi“. Il clan aveva una sorta di tariffario per ogni ‘tassello’ da oliare. I pm hanno accertato che il clan garantiva mille euro al mese e un posto di lavoro per un conoscente al consigliere comunale Massimo Caprari del Centro democratico, della maggioranza del sindaco Ignazio Marino, e finito oggi in carcere. Il consigliere, in cambio, avrebbe assicurato all’organizzazione “il suo voto favorevole al riconoscimento del debito fuori bilancio per l’anno 2014″. In un colloquio intercettato tra Buzzi e il vicepresidente della cooperativa “La Cascina”, Francesco Ferrara, il braccio destro di Carminati afferma: “te l’ho detto, Caprari e’ venuto da me: voleva tre posti di lavoro“. Buzzi, scrive il gip nell’ordinanza, riferiva a Ferrara che, per accogliere le sue richieste, “Caprari si era rivolto a lui chiedendogli in cambio l’assunzione di tre persone, che poi era stata ridotta a una sola al che il rappresentante de La Cascina replicava dicendo che un posto di lavoro equivaleva a circa 30.000 euro l’anno”. Il gruppo criminale allungava le sue ramificazioni anche ad Ostia e l’uomo da ‘mungere’ era l’ex presidente del X municipio, Andrea Tassone, da oggi ai domiciliari. “E’ nostro, e’ mio”, dice Buzzi, ancora intercettato dai carabinieri. Nell’ordinanza il gip scrive che Tassone avrebbe ricevuto indirettamente denaro in cambio dell’assegnazione di un appalto. “Le indagini svolte -si legge nelle carte- hanno consentito di verificare l’esistenza, nel X dipartimento, di decisori pubblici remunerati”. In questo contesto “il primo di tali fatti riguarda l’erogazione di somme di denaro verso Tassone, presidente del X municipio, attraverso il suo uomo di fiducia, Paolo Solvi, per remunerare assegnazioni di lavori per la potatura delle piante e per la pulizia delle spiagge a Ostia”.

 

Un sistema che coinvolge e colpisce tutto il panorama politico, da destra a sinistra a centro. Alcuni erano gia’ stati indagati nella prima tranche dell’inchiesta, altri sono nomi nuovi. Tutti fiancheggiatori bipartisan dell’organizzazione di Buzzi e Carminati.
Secondo gli investigatori, tra i principali protagonisti c’è anche Luca Gramazio, 34 anni, ex capogruppo del Pdl in Campidoglio e poi di Forza Italia alla Regione Lazio. E’ figlio dell’ex parlamentare di Msi, An e Pdl Domenico Gramazio, che non e’ indagato. Luca Gramazio, secondo gli atti dell’inchiesta, partecipo’ anche con il padre a incontri con Carminati. A destra si segnala pure l’arresto di Giordano Tredicine, 33 anni, consigliere comunale e vice coordinatore di Forza Italia nel Lazio. E’ il rampollo della discussa famiglia di venditori ambulanti che gestisce la massima parte dei camion bar a Roma.

Due altri esponenti democrat coinvolti dall’inchiesta, e finiti in carcere, sono Daniele Ozzimo, 43 anni,  dimessosi da assessore alla Casa a dicembre perche’ indagato nell’inchiesta della direzione antimafia di Roma. E Pierpaolo Pedetti, 42 anni, consigliere comunale del Pd e presidente della Commissione Patrimonio in Campidoglio. La sua elezione al Comune fu appoggiata e “benedetta” da ampi strati del Pd romano.

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