Politica

L’enorme crepaccio che divide i dirigenti del PD dai propri elettori

Le primarie di ieri ci affidano dei dati incontrovertibili circa la vittoria di Renzi: alta partecipazione (si consideri che era l’8 dicembre), affermazione schiacciante in tutto il Paese, apparato distrutto.
Ma leggendo attentamente quei dati la prima cosa che salta agli occhi è l’enorme crepaccio che divide i dirigenti del PD dai propri elettori. E ci consegna una fotografia in bianco e nero, sbiadita, vecchia, di un gruppo dirigente che ha talmente fatto il suo tempo da essere incapace di ascoltare i propri elettori.

di GIANLUCA SANTILLI

E hai voglia a dire di regolamenti astrusi, di segretari eletti da altri, di elettori fantasma ed altre amenità che circolano fra gli iscritti.
Il dato è certo ed incontrovertibile: c’è grande voglia di cambiamento e di rinnovamento.
Io ho visto in coda presso i circoli le stesse, identiche persone che vedo da anni partecipare alle primarie. Li conosco, sono del mio quartiere, non partecipano alla vita del circolo ma quando vengono chiamati per le primarie, eccoli, arrivano, si mettono in fila, pagano due euro  e democraticamente dicono la loro.
Chiunque mastica un po’ di politica sa bene che i militanti e gli iscritti riescono a controllare a malapena il 10-15% dell’elettorato. Tanti sono quelli che infatti esprimono la preferenza nelle competizioni che le prevedono.  Il resto, il grande resto, l’85%, sono quelli che barrano solo il simbolo, quelli che votano per il Partito.  E quelli che consentono poi a quei pochi manipolatori di preferenze (non tutti badate bene, vi sono anche degli esempi virtuosi di eletti che rimangono con i piedi ben piantati a terra) di autodichiararsi  “padroni del partito”, perché, loro, “hanno i voti”.
Ecco, pensate però che quelli che hanno votato ieri, quei due milioni e mezzo  di persone, sono solo una parte degli oltre 8 milioni che nel febbraio 2013 hanno votato PD.
Quindi, perché dovrebbero essere elettori di altri partiti? E perché non avrebbero diritto a scegliere da chi vogliono vedere guidato il partito per cui votano?
Ma detto questo, andiamo a vedere i perché del crepaccio.
Quello che bisogna notare è l’enorme differenza nel voto espresso dagli iscritti e quello espresso dagli elettori.  Fra gli iscritti contano le filiere, i capobastone, gli ordini di scuderia e pesa il timore di essere esclusi  dalle fila di “quelli che contano”, di sentirsi fra i “non inseriti”.  Ed il voto viene così manovrato da chi è ormai incapace di leggere il Partito, di comprendere il sentiment prevalente. Da chi ormai frequenta solo le aule parlamentari e consiliari, i salotti, la Federazione locale  e, qualche volta, le sezioni.  In pratica da un circolo ristretto di persone che parla fra sé e non capisce più gli “altri da sé”.
Ed è questa la cosa più preoccupante.
Se i nostri dirigenti non sono capaci di leggere il sentiment dei nostri elettori (siamo sicuri che tutti volessero andare al governo con Alfano per esempio? O che tutti sarebbero stati così indulgenti con la Cancellieri?), di non capire l’esigenza di rinnovamento e cambiamento che si respira per ogni dove e prendono una cantonata così grossa vedendo praticamente “asfaltato” il loro candidato, come possono essere capaci di comprendere il sentiment del Paese e di conseguenza prendere le decisioni giuste in tema di lavoro, pensioni, welfare, diritti, giustizia e tutto il resto?
I risultati sono sotto gli occhi di tutti:  il Paese, i cittadini, vorrebbero libertà di cura, diritti civili per tutti, salario minimo garantito, un sistema sanitario efficiente, una legge elettorale degna di tale nome, l’abbattimento delle diseguaglianze, delle tasse più eque, un governo stabile ma con una chiara identità. Basta interrogarli e vi risponderebbero così. Persino sui diritti civili siamo ancora indietro rispetto al mondo intero, ostaggi di una piccola, litigiosa e autoreferenziale parte.
Solo chi non frequenta la strada, i bar, i mercati, i mezzi pubblici, le scuole, non se ne è accorto.
E invece siamo ancora qui, fermi, spiaggiati, incapaci di muoverci nel pantano delle filiere e dell’autoconservazione di galloni, pennacchi e posti che ormai non dicono più nulla se non sottolineare il  declino e la caduta di un impero.

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