Politica

Le confessioni di D’Alema. Renzi, il congresso PD e il futuro del governo Letta. Ricordi e invettive alla Festa dell’Unità

 

“D’Alema è sempre D’Alema. Sarà il fascino del baffino o l’ingrigirsi dei capelli. Ma il carisma ce l’ha ancora”. E’ stato questo il commento ricorrente tra i simpatizzanti e i militanti accorsi ad ascoltare l’ex premier alla Festa dell’Unità di Roma. Lo spazio spettacoli, quello usato per i big, è gremito e il Presidente di ItalianiEuropei è accolto all’ingresso di Parco Schuster da uno stuolo di giornalisti pronti a strappargli una battuta. Del resto è la serata del 18 luglio 2013, la serata che precede il voto di sfiducia al Senato, lo stesso voto che ha visto Pd e Pdl concordi nel salvare il ministro Alfano.

di LUCIO LUSSI

L’intervista con Maurizio De Giovanni fila via come l’olio, tra battute, risate e un’intimità tipica di due amici che sono stati a cena la sera prima.

Pronti, via. Si parte con la “vicenda Italia“ degli ultimi anni, “un romanzo drammatico condito dal senso di angoscia che si ha leggendo i giornali, soprattutto quando si parla dei nostri giovani”.

L’eloquio dalemiano spazia sui diversi ambiti dell’attualità politica, da Matteo Renzi al Congresso alla tenuta del Governo. Alcune dichiarazioni sono sorprendenti, altre diplomatiche, altre ancora dimostrano che il 1998 e la guida del Governo sono lontani e… sì… anche D’Alema sta invecchiando.

La platea è scossa perché nel pomeriggio è emersa la strategia del partito nel voto di sfiducia del giorno dopo e i senatori “salveranno” (sic) il pidiellino Alfano. Ennesimo boccone amaro da mandare giù, e questa volta è davvero grosso. Ce la farà la base?
D’Alema, da buon pragmatico, affronta la questione da un taglio diverso: “Ammettiamo che i ministri Alfano e Bonino non sapessero nulla della vicenda Shalabayeva, mi domando in quale letargo si trovasse non sono il Ministero degli Interni ma anche quello degli Affari Esteri”. E poi la stoccata finale: “Se la gestione della vicenda è stata fatta interamente dagli apparati, è la dimostrazione che la politica democratica non conta niente e le decisioni importanti vengono prese dall’apparato. E’ questo il vero allarme di tutta la vicenda”.

Subito dopo il centro dell’intervista si sposta sul Partito Democratico, croce e delizia della politica italiana. Cosa la fa arrabbiare del Pd? domanda De Giovanni e D’Alema  non ha esitazione alcuna: “La confusione, sarà anche dovuto all’età”. La platea si riscalda e l’ex Presidente del Consiglio rincara la dose: “Il Pd è l’unica forza intorno alla quale costruire una guida politica stabile e forte. Dopo la crisi che ha colpito i partiti democratici, oltre il Pd non c’è nulla. Il nostro partito è l’unica forza che può guidare il paese e ridare un senso al futuro del paese. Questa è una grande potenzialità ma allo stesso tempo una grandissima responsabilità. Soltanto il Partito Democratico può dare le risposte giuste per uscire dalla crisi e pertanto è indispensabile uscire dal dibattito congressuale e restare uniti”.

Eccoci al nodo gordiano del congresso, che già anima il partito e i suoi competitor interni. Di nomi e di mozioni ne circolano a bizzeffe e spesso il dibattito è all’arma bianca. Massimo D’Alema traccia sul palco di Parco Schuster le linee guida del suo congresso ideale: “Non deve essere una conta numerica ma deve rimanere la prova più importante della nostra democrazia interna che è il dialogo. I democratici vengono da storie plurali e quindi durante il Congresso sarà necessario discutere di tutto quello che è il Pd, dei valori che lo animano e delle diverse idealità che lo caratterizzano. E’ necessario, adesso, un ulteriore sforzo per costruire un progetto concreto per il futuro del paese, fondato su valori condivisi”.
Ed ecco che nella ricostruzione di D’Alema il Pd sembra acquisire una forza messianica di difesa e rilancio definitivo del sistema paese, una visione che distoglierebbe l’attenzione dalle beghe interne e darebbe nuova forza all’attività politica.

Il giornalista a questo punto non tiene a bada la sua, e la nostra, curiosità e scende nei particolari, nella morbosità dei nomi del segretario ideale.

La replica dell’ex premier è serafica: “Il Pd ha bisogno d un segretario che faccia il segretario e non usi questo ruolo come trampolino di lancio per Palazzo Chigi. Voglio parlare con spirito di pace – continua D’Alema – il segretario deve rinunciare a quella pretesa e dedicarsi all’organizzazione del partito, ai suoi valori fondanti e alle regole basilari della democrazia interna. E poi il Pd, per sua natura, non ha bisogno di un capo con la c maiuscola”.
E i nomi? “Matteo Renzi non lo vedo bene nei panni del segretario ma rimane la persona più indicata per la premiership, perché incarna benissimo lo spirito del rinnovamento. E non avrei alcun problema a sostenerlo. Per il ruolo di segretario, invece, vedo benissimo Gianni Cuperlo”.
Ma come? Dopo la battaglia sulla rottamazione e le continue imbeccate quotidiane, D’Alema fa la pace con Renzi, anzi lo sostiene nella corsa alla conquista di Palazzo Chigi? “Sarà per l’età avanzata, ma da un certo momento in poi sono stato curioso di scoprire le diverse caratteristiche della personalità di Matteo e anche le sue letture. Ho ripreso il dialogo con lui perché è una risorsa molto importante per il partito e ho trovato un interlocutore spiritoso, intelligente e autocritico. Ho fatto la battaglia per la rottamazione ma sono riuscito a rottamare soltanto i 2-3 più bravi, quelli che hanno dato l’esempio mentre tutti gli altri sono ancora lì, mi ha confessato Matteo”. Nel resoconto del meeting con il sindaco di Firenze, D’Alema tocca il punto focale: “Ad un certo punto gli ho domandato cosa volesse fare da grande e lui mi ha risposto che intende cambiare l’Italia. Gli ho consigliato, pertanto, di proseguire sulla strada della conquista della leadership e mettere da parte la corsa alla segreteria del partito che gli farebbe perdere le energie migliori. Matteo è una risorsa non sono per il partito ma per tutto il paese e, lo ripeto, sono disposto a sostenerlo”. Suspence in platea. “Dopo aver letto il suo programma, ovviamente. Non posso sostenerlo a scatola chiusa”.

Questa la road map in vista del congresso con tanto di nomi e di strategie. “E’ questa l’unica strategia – argomenta D’Alema – che ci consentirebbe di dare al congresso un’immagine unitaria, ottima base di partenza per vincere le elezioni politiche”.

Eh si… le elezioni politiche, che per D’Alema “non sono poi così lontane. Letta, ad ogni modo, non potrà andare oltre il 2015 e poi spetta al centrosinistra vincere”.
Nelle parole di D’Alema l’esecutivo Letta si rimpicciolisce e diventa improvvisamente “a tempo”. “Letta tiri fuori gli attributi e dimostri di essere in grado, insieme a tutti noi, di realizzare le riforme che stanno alla base della missione dell’Esecutivo”. Quali le priorità?
“Il lavoro, il rilancio dell’economia, la rimodulazione delle tasse (“facciamo pagare l’IMU a chi lo può fare senza grandi patemi d’animo”) e la riforma della legge elettorale”. Sintomo che non è poi così remoto il rischio di ritornare alle urne con il Porcellum.
Il leader democrat sembra quasi infervorarsi: “E’ giunta l’ora di puntare i piedi e, se è necessario, sbattere i pugni sul tavolo. Poniamo 2-3 cose da fare nell’agenda del Governo, altrimenti va tutto per aria”.

Di carne al fuoco ce n’è tanta e il dibattito ha divertito non poco gli astanti. Tra una difesa a spada tratta della Fondazione ItalianiEuropei da lui presieduta (“è una fucina di classe dirigente che ospita tutte le opinioni politiche”) e una rimodulazione del dibattito sulle correnti (“l’unica corrente che mi interessa è quella delle persone intelligenti”), D’Alema ci regala una battuta a dir poco interessante, proprio nei giorni della tentata scalata al Corriere della Sera: “In Italia si parla sempre male dei politici – arguisce D’Alema – ma anche gli imprenditori e i capitalisti sono davvero strani: portano le auto a Detroit e poi provano a comprare il Corriere della Sera”. A buon intenditor… poche parole. E sicuramente a qualcuno saranno fischiate le orecchie.

In pieno flirt con il pubblico, D’Alema si abbandona ad una citazione condita con un episodio di vita vissuta: “Berlinguer dichiarò orgogliosamente di essere rimasto sempre fedele ai suoi ideali di gioventù. Anch’io sono rimasto sempre fedele ai miei ideali di gioventù, ma c’è un solo evento che vorrei cancellare dalla mia memoria: l’assalto alla Bussola avvenuto il Capodanno tra il 1968 e il 1969”. Molti in platea non conoscevano questi risvolti “partigiani” del giovane D’Alema e applaudono compiaciuti da quella confessione.

Ed eccoci giunti alla fine, l’ora è tarda e anche se viviamo una nuova era bipartisan, sembrano sopiti i ricordi del patto della crostata a casa di Gianni Letta.
“Dal1989 ad oggi la sinistra ha vissuto la fine di un’epoca come una spada di Damocle puntata sulla propria testa. In questi anni abbiamo assistito al dominio del capitalismo con risultati disastrosi. E’ arrivato il momento che la sinistra riprenda l’orgoglio della propria identità.  Facciamo funzionare la testa – conclude D’Alema – altrimenti il PD non vivrà”. E considerata la sua lunga esperienza politica, i democratici non devono far altro che seguire il suo consiglio. Anche la strada dell’inferno, del resto, è lastricata di buone intenzioni…

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