Cultura

INCHIESTA: Di cultura si mangia. Cifre, problematiche e possibili soluzioni per sconfiggere il degrado culturale del nostro paese

 

Sgomberiamo subito il campo da un uso retorico del termine “cultura”, del quale troppo spesso si usufruisce in modo generico, talvolta anche banale. Niente slogan, niente frasi fatte, bensì un’analisi approfondita, che edifichi le sue fondamenta su dati statistici. Eppure per discutere di cultura dobbiamo proprio partire da uno slogan quanto mai sciocchino che qualcuno si lasciò scappare, non molto tempo fa, all’interno di quella scatola luminosa (la tv) sempre meno veicolo di erudizione e più di spazzatura…

di MARCO ASSAB

La frase in questione era “con la cultura non si mangia”. Nessuno oserebbe mettere indubbio la non commestibilità di una tela, un libro o una statua in marmo, tuttavia è necessario insistere ed affermare: Si, con la cultura si mangia. Prima di tutto tentiamo di fornire una definizione esaustiva del termine “cultura”, affrontando la tematica da una prospettiva più accademica, prima di lasciare il posto ad un analisi più empirica: la cultura può essere intesa come il patrimonio di conoscenze, valori, modelli di comportamento, artefatti, simboli, di una data comunità. Il sociologo Emile Durkheim analizzò il tema della coesione sociale individuando nella costituzione di una “comunità simbolica” l’anima, il collante, di un gruppo. Non si può dunque prescindere da una visione di ampio respiro, che tenga conto della cultura intesa come patrimonio di valori, credenze, modelli comportamentali, ma anche come “sapere”, erudizione, conoscenza, da produrre e riprodurre.

Abbiamo discusso di questo aspetto del tema cultura con la Professoressa Donatella Pacelli, docente di Sociologia nonché Presidente del Corso di Laurea in Scienze della comunicazione, Informazione, Marketing, all’università Lumsa di Roma.

 

Professoressa si fa spesso un uso molto retorico del termine “cultura”, dunque che cos’è esattamente la cultura e quali funzioni ha nell’era della globalizzazione?
Parlare della cultura vuol dire parlare di tante cose, si tratta di un termine “ombrello”, che a volte usiamo con un eccesso di sintesi. Non ha quasi più senso declinarla al singolare. Oggi nei nostri contesti di vita vediamo “le” culture. I contesti della contemporaneità ci restituiscono una variabilità culturale che è quasi un mix ormai. Il rapporto tra società e cultura si è sempre snodato attraverso processi di produzione e riproduzione: NOI produciamo cultura, e se il NOI è diventato talmente ampio da includere quelli che noi consideravamo “gli altri”, la produzione del sociale è il risultato di ibridazioni che sono proficue se c’è un rispetto comune, se ci mettiamo nella dimensione dell’ascolto e del dialogo. Tuttavia c’è sempre da considerare il fattore orientante della cultura, e questa variabilità che rispetta gli altri diventa disorientante nel momento in cui io chiedo alla mia cultura di avere un orientamento. Si chiede aiuto alla cultura, a dei modelli di comportamento, per non “disorientarmi”, perché serve un’anima collettiva, un orientamento, una regolarità nelle aspettative, e allora non posso che chiederle alla cultura che mi è stata tramandata dai miei agenti di socializzazione.

Spostandoci sul terreno della cultura intesa come “sapere”, conoscenza, erudizione, dunque ciò che attiene al sistema scolastico ma anche all’arte in tutte le sue forme, c’è a suo avviso una crisi inerente a questo sistema nel nostro Paese?
Guardando ai “prodotti” della cultura, alle operazioni intraprese dai sistemi audiovisivi, come ad esempio il cinema, o da altre organizzazioni culturali e museali in Italia, dal mio punto di vista, e guardi che io non sono una nazionalista, ci possiamo anche ritenere soddisfatti: certo è che la politica li ha massacrati e sta seguitando a massacrarli. Il problema non sono i “saperi”, ma che ci siamo fatti male da soli! Noi sappiamo far cultura ma non ci abbiamo creduto e neppure investito. Non abbiamo creato nessun indotto intorno alla cultura.

Professoressa mi sembra che abbiamo toccato il punto focale dell’analisi, a questo punto le domando: di cultura si mangia o no?
Si mangia, e si mangia in tanti modi. Il paradosso è che mangiano più all’estero che da noi. Di contenuti ne avremo sempre bisogno, ma si stanno esaurendo le capacità di essere attrattivi da parte di un mercato che non privilegia i contenuti. La cultura è un elemento assolutamente insopprimibile per l’uomo di tutti i tempi. La cultura ha già fatto mangiare l’anima, e non è poco… Ma, per scendere più nel concreto, basti pensare all’indotto che la cultura porta. Le faccio un esempio: sono stata qualche tempo fa a Glasgow, che è una città postindustriale terribile, che non ha altro se non il suo polo universitario, il quale è un’attrattiva nel resto d’Europa e nel mondo intero; intorno a questo polo sono state costruite residenze per gli studenti, attrattive, circuiti di proiezioni e forme di spettacolo, un sistema di ristorazione; dunque questa università è diventata un elemento di ricchezza in una città che ha i suoi stabilimenti industriali con i vetri rotti…

A suo avviso la politica ha fatto del male alla cultura in maniera cosciente, programmatica, attraverso un disegno di progressivo smantellamento?

Voglio sperare di no! Voglio credere che sia stato un effetto perverso, qualcosa che è uscito di mano, fermo restando il beneficio del dubbio, perché il basso profilo della politica degli ultimi vent’anni e dei precedenti governi ha avuto paura della cultura.

 

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Crisi economia e culturale: i numeri di un dramma.
Prof. Colangelo: “Sistema misto pubblico-privato e merito nella scelta delle figure chiave per evitare il degrado culturale”

 

La crisi economica sistemica che ha investito i Paesi occidentali ha avuto effetti particolarmente deleteri negli ambiti di produzione e riproduzione della cultura. In particolar modo nel nostro Paese si assiste già da ben prima dell’inizio della crisi ad un progressivo disinteresse, abbandono, talvolta anche smantellamento, di un sistema che presenta potenzialità uniche al mondo. L’Italia vanta la più alta presenza di siti patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, ben 49, ed altre cifre sono da capogiro: 3.609 musei, 479 siti archeologici, 5.000 beni culturali, circa 12.000 biblioteche, 40.000 castelli assortiti, torri e fortezze, 30.000 dimore storiche, 1.000 principali centri storici. A fronte di questo enorme potenziale il rapporto Federculture 2013 segnala una situazione gravissima. La partecipazione culturale dei cittadini italiani diminuisce inesorabilmente: -8,2% il teatro, -7,3% il cinema, concerti -8,7%, musei e mostre -5,7%. La spesa per la cultura è diminuita del 4,4%, ed è valutata intorno ai 24 euro l’anno per cittadino, contro i 50 della Grecia… Nell’ultimo anno i musei statali hanno perso il 10% delle visite.
Maggiori criticità le troviamo sul fronte del sostegno pubblico: negli ultimi dieci anni il budget del Ministero per i beni e le attività culturali è diminuito del 27%, nel 2013 è pari a 1,5 miliardi di Euro ed è un terzo di quello francese… i fondi per la tutela sono crollati nell’ultimo anno del 32% attestandosi intorno a soli 47 milioni di Euro. Lo spettacolo poi verte in un’altrettanta condizione di abbandono; basti pensare che il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) è passato dai 507 milioni di euro del 2003 ai 389,8 milioni di euro del 2013, diminuendo in un decennio di circa il 23%. In pochi anni le amministrazioni locali hanno ridotto l’erogazione di risorse per la cultura per oltre 400 milioni di euro. Spaventoso poi il calo di sponsorizzazioni private che diminuiscono nel 2012 del 9,6%, scendendo a quota 150 milioni di euro, facendo registrare un -42% riguardo a cinque anni fa. In un quadro di cifre e percentuali che sembra apocalittico è lecito domandarsi come sia possibile “fare” cultura oggi nel nostro Paese.

 

Ne abbiamo discusso con il Professor Gennaro Colangelo, docente di Progettazione ed organizzazione dello spettacolo presso l’Università Lumsa di Roma, in passato direttore di teatri, organizzatore di molteplici eventi culturali oltre che insegnante di storia del teatro, drammaturgia antica, scenografia e rappresentazione scenica. Attualmente è impegnato nella direzione artistica del progetto “Voce/Donna”, che sarà presentato l’8 Ottobre, alle 15:30, presso la sala stampa della Camera dei deputati.

 

Professore quando e come ha deciso di dedicare la sua vita allo spettacolo ed alla cultura?
Ho deciso dopo i vent’anni di trasformare una passione in un lavoro, grazie all’incontro fortunato con grandi professionisti. Da quel tempo continuo a pensare che sia vera la frase di Vinicius de Moraes, secondo cui “la vita è l’arte dell’incontro”. E ho scelto di occuparmi anche di formazione per favorire l’incontro fra professionisti e giovani talenti, che non avrebbero l’opportunità di conoscersi senza una mediazione culturale.

 

Fotografiamo la situazione attuale. Volendo chiamare in causa un concetto classico dell’economia, possiamo dire che per chi desidera lavorare nel mondo dello spettacolo esistono, attualmente, forti barriere all’entrata ma anche barriere interne. Vale a dire: Difficoltà ad inserirsi, ad entrare in questo “mercato”, ma anche forti impedimenti interni per chi già vi opera. A suo parere quali sono le maggiori difficoltà in entrata, e quali gli ostacoli operativi per chi già opera all’interno dell’ambito cultura/spettacolo?

In questo momento è difficile accedere a qualsiasi settore professionale. In particolare nel comparto cultura/spettacolo si registrano percorsi talvolta casuali e successi improvvisi e fulminei, apparentemente inspiegabili, di personaggi di scarsa capacità artistica e di scarso spessore umano e professionale. In realtà chi cerca scorciatoie politiche è destinato a cadere ben presto nel dimenticatoio se non può vantare un’adeguata preparazione, perché il circuito mediatico esige il continuo ricambio dei volti e dei corpi, per movimentare l’offerta agli spettatori più annoiati e superficiali… Per decenni il settore si è abituato a vivere di  contributi statali, che avevano il compito di alimentare le clientele e di calmierare la competizione. Dopo i disastri della finanza allegra (penso soprattutto agli enormi deficit accumulati dagli enti lirici e dai teatri stabili, grazie ad amministrazioni che agivano senza regole manageriali) subiamo i tagli ai fondi pubblici che penalizzano in modo indiscriminato sia i meritevoli che gli scialacquatori. Si aggiunga l’eccessivo burocratismo di ogni sistema organizzativo italiano, e si potrà capire il groviglio dei “lacci e lacciuoli” che legano gli operatori e bloccano i creativi e i giovani talenti.

 

Professore, cosa possiamo rispondere a chi sostiene che con la cultura non si mangia?

Tutti i dati in nostro possesso testimoniano che gli addetti al settore sono un segmento importante del nostro mondo produttivo. Sorprende che la famigerata espressione sia stata pronunciata da un personaggio che avrebbe dovuto mostrare attenzione proprio ai numeri dell’economia. Quella grossa sciocchezza non gli ha portato fortuna: dopo averla detta, infatti, il suo declino politico è stato inarrestabile!

 

Perché un Paese come l’Italia si ostina a non voler puntare tutto sulla materia prima che ha in abbondanza impareggiabile, ossia la cultura? Cecità da parte degli organi competenti oppure si tratta di un voluto, pianificato, disegno volto al degrado culturale?

Non credo si possa parlare di una deliberata strategia per alimentare il degrado, occorrerebbe una mente raffinata e perversa per uno scopo così lucidamente luciferino… direi piuttosto che il nostro Paese non riconosce le competenze e nomina spesso persone inadeguate in ruoli decisionali di grande rilievo. E poiché dai tempi di Machiavelli l’equilibrio delle incompetenze paralizza l’azione dei pochi esperti realmente capaci, ciascun funzionario governa il proprio piccolo feudo in maniera spregiudicata, anziché rafforzare il sistema generale.

 

Quali a suo avviso le misure volte a sostenere adeguatamente l’industria culturale italiana?

Nutro fiducia nel rafforzamento di un sistema misto. Occorre sostenere le politiche di defiscalizzazione di ogni contributo privato alla cultura, per incoraggiare donazioni liberali, sponsorizzazioni e fund raising di vario tipo. La partnership con le aziende determina una razionalizzazione del rapporto costi-benefici e sottopone l’industria culturale a regole precise sul piano gestionale, liberandola dai condizionamenti sul piano delle scelte artistiche. Piaccia o non piaccia, il lavoro culturale rimane di tipo meritocratico: esistono ed esisteranno sempre i bravi e i non bravi. Ma  il regime di libera competizione artistico-culturale può funzionare solo nell’uguaglianza dei punti di partenza, senza rendite di posizione per nessuno.

I fondi pubblici devono invece essere utilizzati per la governance dei processi partecipativi:

– per il marketing  territoriale

– per la nuova spettacolarità di tipo sociale

– per sviluppare gli attrattori turistici.

Questi servizi culturali devono essere diretti  da esperti ma anche aperti alla fruizione comune, quindi aperti a  tutti, ai giovani, alle scuole, ai disabili, agli anziani e a chiunque versi in stato di disagio, come forma di cura e di attenzione.

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