Cultura

“In Italia i beni culturali sono poco accessibili e utilizzati male”. Lettera aperta al Ministro Dario Franceschini

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Gentile Ministro Dario Franceschini,

ho sempre avuto stima di Lei come uomo e come politico, sono stato quindi contento della sua nomina a Ministro dei Beni Culturali, una funzione che in un paese ricco di opere d’arte estoria come l’Italia va certamente al di là di un mero titolo onorifico.

Dopo anni di vita e di studio all’estero, insegno presso un’università americana in Italia e dunque ho spesso a che fare sia con colleghi che con studenti stranieri. Proprio per questo so che, nonostante l’opinione autodistruttiva che spesso coltiviamo, l’Italia continua a rivestire il ruolo di un paradiso delle arti e dello stile di vita nel mondo.

Voglio confessarLe, tuttavia, le grandi difficoltà di chi, come me e i miei colleghi, deve combattere ogni semestre per organizzare corsi di studio sul campo per rendere accessibile ai nostri studenti quella bellezza e quell’arte che si aspettano di trovare, insieme alla buona tavola, quando atterrano qui.

Al di là dello stereotipo del cow boy ignorante con la camicia afiorelloni, che un po’ vige nei media italici, si tratta di ragazzi chestudiano arte, archeologia o architettura e che possono fare il confronto con gli standard qualitativi del MOMA di New York o dell’Art Institute di Chicago (ma perché non dire del WarholMuseum di Pittsburgh o del Cleveland Museum of Art? Negli USA sono eccezionali anche i musei di provincia). Istituzioni spesso gratuite, ma comunque sempre dotate di ogni tipo di servizi per il fruitore: dal ristorante al bookshop a internet wi-fi.Istituzioni facilmente accessibili per anziani, portatori di handicap, aperte, prenotabili e fortemente in contatto con il territorio circostante.

Mi dica Lei come possiamo spiegare a questi ragazzi, abituati a una gestione moderna e vivace della cultura, le sale spesso semi chiuse del Maxxi, la mancanza di programmazione del Macro Roma, privo di un direttore da mesi, il silenzio estivo di istituzioni come la Casa del Jazz, nei cui giardini ora ci sono le friggitorie della Festa dell’Unità? Spiegare che le mostre in corso a Roma sono quasi tutte scollegate dalla realtà italiana (Frida Kahlo, Hogarth,  Cartier Bresson)? Spiegare la chiusura del Roma Europa Festival, la chiusura del Festival di Fotografia, persino la chiusuradi quasi tutti i cinema che mostravano film in lingua originale? ARoma è rimasto solo il piccolo e meritevole Nuovo Olimpia, da quando anche il Metropolitan ha chiuso per diventare uno show room di abbigliamento. Certamente era quello che mancava in Via del Corso. Dopo gli anni di disastrosa indifferenza verso la cultura di Alemanno ci si aspettava che con l’elezione di Marino almeno a Roma qualcosa sarebbe cambiato, ma ancora non si vede nessun cambiamento, anzi manca persino l’assessore alla cultura e dunque la Capitale, al picco della stagione turistica, è lasciata priva di una programmazione territoriale.

Portiamo gli studenti al Museo dell’Ara Pacis di Meier, un complesso di architettura contemporanea che ha avuto spazio sui media di tutto il mondo, ma si accorgono che dietro c’è una gigantesca voragine transennata, piena di erbacce, con al centro il rudere del mausoleo di Augusto. Gli spieghiamo che è colui che ha fondato l’Impero Romano. - È visitabile? -chiedono - No, non è visitabile - devo rispondere. Dovrei spiegare delle venti o ventimila varianti richieste ai progettisti che da un decennio dovrebbero riqualificare la piazza? Meglio stringersi nelle spalle e proporre una degustazione di sangiovese.

Non cambia molto se li portiamo ad Ostia Antica, anche perché siamo costretti a farli viaggiare sulle carrozze puzzolenti e arroventate della trenino per Ostia, sperando che non si guasti, come spesso accade. Un’area archeologica che potrebbe valere quanto Pompei è mal collegata e lasciata al degrado e all’incuria,con erbacce e bagni sporchi. Certo non va meglio quando li portiamo veramente a Pompei dove trovano un suk di tipo mediorientale con souvenir di plastica e ombrellini colorati. Unsuk che del resto si estende indisturbato anche nei dintorni del Colosseo e di Castel Sant’Angelo, dove il ciarpame abusivo ingombra così tanto che è impossibile camminare e anche farsi sentire risulta difficile dato il numero di suonatori ambulanti che intonano lambade turistiche. – Da noi è vietato, qui no? - Mi chiedono. - Sì anche qui è vietato, è vietato… - E mi stringo nelle spalle, sperando che arrivi prima possibile il momento della degustazione di sangiovese.

Posso spiegargli perché in Italia abbiamo Polizia, Carabinieri, Finanza e Vigili Urbani e nel centro tra venditori, questuanti, bus, doppie file sembra sempre che ognuno possa fare ciò che gli pare?

Ora non voglio fare la solita retorica su “la cultura petrolio d’Italia”, ma anche stati più piccoli e meno ricchi del nostro sanno gestire con maggior oculatezza i loro fiori all’occhiello. Lei mi dirà che in Italia ci sono fortunate eccezioni: la sua Ferrara per esempio, ma la gestione dei beni culturali si vede soprattutto da come si riesce ad approcciare il turismo di massa e a contemperarlo con lo studio e con il turismo colto, fenomeno che è anch’esso di massa, anche se forse i gladiatori in posa al Colosseo non lo sanno. È cultura, è economia, è costruzione di una identità nazionale e di una reputazione internazionale ed è, come lei sa bene, soprattutto questione di volontà politica.

Le auguro dunque di passare, come faremo io e i miei colleghi insieme ai nostri studenti, un’estate attiva e di buon lavoro per il successo delle politiche culturali in Italia.

 

Fabio Benincasa – Duquesne University

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