Politica

Il PD e l’autopreservazione delle segreterie

Il copione si ripete, anche se un po’ logoro nelle sue dinamiche come tutte le repliche estenuate: scoppia il caso Kazako e il PD si spacca sulla fiducia; i militanti insorgono di fronte alla vergognosa difesa di Alfano; il PdL minaccia Letta; Epifani e stavolta anche Napolitano mettono a cuccia i malumori; e il PD, responsabilmente, accetta una versione ufficiale improbabile e piena di omissioni.

 

di FRANCESCO ROSETTI

Tutto questo perché il governo deve rimanere in carica. E perché il PD, oltre a pagare problemi identitari su cosa sia la vera sinistra, tra fedeltà ai principi e responsabilità istituzionale, affronta anche una crisi più intima di come una classe dirigente vede il ruolo delle élite in politica e di come vede la stessa forma partito. Con la crisi del partitone non vengono alla luce nemmeno i nodi della Seconda Repubblica, quelli riguardano i cosiddetti partiti politici “leggeri” o i partiti-persona, dalla Lega fu-bossiana al PdL berlusconiano, fino a Casini all’Idv dipietrino e perfino al M5S del duo Grillo-Casaleggio.

Vengono alla luce i difetti di una classe dirigente formatasi fra gli anni ‘70 e ‘80 che vede come periodo aureo della rappresentanza non la Seconda Repubblica, ma la Prima, quella dei grandi accordi tra segreterie, delle figure carismatiche alla Berlinguer o Craxi o Moro (senza voler dare un giudizio di valore su figure tanto diverse) oppure delle diplomazie fittissime del CAF. In fondo la dirigenza PD non è meno diffidente nei confronti del parlamentarismo o della prospettiva opposta e speculare di un esecutivo forte e autonomo, di quanto non lo siano i partiti-persona di Berlusconi o Grillo ma esibisce questa diffidenza in modo diverso, meno autoritario e verticistico, più notabilare.

La confusione nasce dalla nozione stessa di partito. Appare sempre più evidente che molti dirigenti vedono il partito come una vera e propria istituzione dello Stato (e non è così). Soprattutto le segreterie sono immaginate come camere di compensazione dei conflitti tra poteri, dove davvero si discute del paese e dei suoi fragili equilibri. Preservare le dirigenze e le loro funzioni non scritte è essenziale al Paese, per evitare che quei conflitti diventino evidenti o incontrollabili. Letta in fondo non è solo il garante di un governo, ma di questa ideologia della governance che presuppone un’Italia tendenzialmente immatura e anarcoide, da sedare e ricucire in continuazione.

Ma se le segreterie si muovono come una macro istituzione, qual è il controllo democratico sulle stesse? Nessuno. Non è c’è nemmeno quella cinghia di trasmissione paternalista del vecchio centralismo democratico, tramite la quale ci si sforzava almeno di far ingoiare la pillola alla base. Si potrebbe parlare di partitocrazia, sfrondando il termine dall’uso implausibile che ne fecero Montanelli prima e Pannella dopo, nel senso che il PD non si vede come un gestore delle istituzioni, ma confonde se stesso con un’istituzione da difendere a qualunque costo.

Abbiamo dunque una classe politica che , per malafede o sincera convinzione, si vede come insostituibile agendo in maniera conflittuale col proprio elettorato. Il rischio non è quello, ridicolo, dell’autoritarismo ma dell’eversione dall’alto. Rischio ancor più forte perché non percepito. Potremmo avere una gestione notarile e fiacca della cosa pubblica, alla Depretis o alla Crispi, per citare nomi che si amava odiare al liceo, proprio nel momento in cui sarebbero più necessari i colpi di reni e le grandi riforme.

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