Politica

Il PD e la perversa ossessione per le regole

Sui media campeggiano le dichiarazioni di Matteo Renzi. Pare abbia detto che si candida alla guida del PD a patto che chi vince poi faccia il premier, senza ma e senza se.

Ma come? Non era lui che aveva messo in discussione la norma dello Statuto che indica il segretario nazionale come candidato del PD alle primarie di coalizione per la candidatura alla presidenza del Consiglio dei Ministri? Non era per far partecipare lui alle primarie di novembre che si è derogato a quella norma dello Statuto?

Ora si sono invertite le parti. I suoi avversari vogliono chiudere il congresso ai soli iscritti, eliminando la fase delle primarie aperte agli elettori, perché, dicono, non c’è n’è più bisogno se il segretario del PD non deve essere il candidato premier del partito. Lui, che vuole fare il capo del governo, tirato per la giacchetta alla segreteria del partito (a cui, palesemente, non è interessato) vuole il contrario.

E come al solito la battaglia si combatte a suon di regole, anziché di politica. Come al solito, alimentando la spirale perversa della distorsione delle regole per la battaglia di potere interna, a scapito della politica e della coerenza tra dichiarato e agito. Come al solito dimostrando l’incapacità (o non volontà) di concepire le regole per tutti, a garanzia di tutti, rappresentative dei valori di fondo che si sono messi alla base del partito.

Da quando è nato il PD non facciamo altro che scrivere e riscrivere statuti, regolamenti e normative varie che regolano la vita interna del partito. Ogni volta aumentando la confusione e le incongruenze tra le normative dei diversi livelli (nazionale, regionale e provinciale). Un parito di incapaci? Anche l’incapacità è sempre da tenere in conto, ma non credo sia questo il problema di fondo. Sono giunta alla conclusione che il problema nasca dalla logica che governa, mediamente, la definizione delle regole.

Il punto è che ogni volta le regole vengono definite in funzione degli “equilibri” (alias conflitti) tra gruppi di potere interni, che peraltro, come se non bastasse, sono pure a geometria variabile ai diversi livelli territoriali.

E ogni volta non si affronta il ragionamento sulle regole per individuare quelle “ideali”, ispirate ad un principio condiviso da rendere applicabile attraverso la costruzione di una infrastruttura normativa che consenta la creazione e lo sviluppo ordinato della vita della comunità cui le norme si riferiscono.

Ma ogni volta la discussione sulle regole viene affrontata da ciascuno alla ricerca del codicillo che possa difendere meglio la propria parte dalla minaccia rappresentata da un’altra parte. Alla ricerca di quello che “favorisce me” e/o quello “che conviene meno all’altro” o che “impedisce all’altro di sconfiggermi o di imbrogliarmi”.

Alla fine della discussione si trova l’equilibrio tra i contendenti e la geometria variabile dei gruppi di potere diventa la geometria variabile delle regole, dei principi e dei valori ad esse sottostanti, e persino dei diritti degli iscritti e degli elettori la cui esigibilità dovrebbe essere garantita, appunto, dalle norme che ne regolano l’esercizio.

Ovviamente, in tutto questo, l’unico principio che finisce per essere condiviso da tutti è il principio del “non rispetto delle regole”.  Tanto che la deroga è diventata quasi una regola. D’altro canto è logico: se le regole non sono riconosciute da tutti come un bene di tutti, a garanzia di tutti, ma come il risultato di una contesa in cui qualcuno vince CONTRO qualcun altro, chi perde difficilmente sentirà come proprie le regole, e quindi si sentirà legittimato a forzarle e non rispettarle.

E in questo asservire le regole alle battaglie di potere interne, le regole finiscono anche per diventare un alibi per non affrontare le discussioni, non affrontare i problemi politici, temporeggiare in attesa che nei caminetti si trovi “la quadra” giusta per sistemare tutti e garantire la sopravvivenza del sistema oligarchico.

Così, a 72 giorni dall’agguato dei 101 e a 50 giorni dall’Assemblea Nazionale che ha eletto segretario Epifani, non è dato ancora sapere quando si farà il congresso!

E come si fa? Bisogna prima definire le regole….

Pur non avendolo votato alle primarie di coalizione (per ragioni legate al merito della sua proposta di governo), ho condiviso la battaglia di Renzi per le primarie aperte. E continuo a pensare che nelle primarie di coalizione non debba esserci un “candidato di partito”, perché lì si sceglie il miglior candidato/a possibile per la carica cui è destinato/a, e non sono, e non devono diventare, un referendum sul PD.

Considero le primarie uno strumento di apertura alla partecipazione, in grado di esercitare una pressione che, col tempo, possa scardinare i meccanismi di selezione avversa delle classi dirigenti basati sulla cooptazione per fedeltà. Per questo le considero valide anche per l’elezione di cariche monocratiche di partito, di particolare rilevanza.

E penso anche che, tanto più in questo congresso, dopo la frattura che si è prodotta con una parte della base e dell’elettorato, per il repentino e radicale cambio di linea con la scelta delle larghe intese, l’apertura della discussione alla partecipazione anche di simpatizzanti e elettori debba essere la massima possibile, se davvero si vuole, come anche molti autorevoli esponenti dichiarano, rifondare il partito e ricostruire il rapporto fiduciario con l’elettorato.

Ma mi domando, esiste ancora qualcuno che non consideri questo partito solo come un’ascensore per la sua personale scalata al potere? C’è qualcuno che ha ancora a cuore le sorti di questo partito come strumento per la costruzione condivisa di una proposta politica per il bene del Paese?

E, soprattutto, qualcuno ha intenzione di farci partecipare ad una discussione vera, in cui si affrontino, con sincerità, chiarezza e trasparenza, le ragioni dello stare insieme in questo partito? Da cui si possa capire che accidenti è questo PD e che vuole fare per l’Italia? Da cui escano una identità, un profilo e un progetto politico per il Paese, chiari, netti e condivisi?

O è già da questo temporeggiare che dobbiamo ricavare le risposte (negative) a queste domande?….

di Lucia Zabatta (30 giugno 2013)

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