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Il Museo della Shoah all’EUR sarebbe un insulto intollerabile

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Intervista a Luca Zevi: “Il Museo della Shoah all’EUR sarebbe un insulto intollerabile alla memoria dello sterminio ebraico”  

di Fabio Benincasa

Un’estate poco tranquilla per il settore culturale a Roma che si è trascinata tra le polemiche seguite alle dimissioni dell’assessore alla cultura Barca, poi finalmente sostituita da Giovanna Marinelli, e le molte discussioni legate allo stato di pietoso abbandono del Macro, del Mausoleo di Augusto, oltre che alla vexata quaestio dello sgombero del Teatro Valle. Mentre la ripresa settembrina riporta i romani in città, una nuova bomba viene fatta esplodere dalle indiscrezioni del Corriere, che proprio qualche giorno fa, lascia trapelare che il previsto Museo della Shoah di Villa Torlonia non si costruirà più, ma verrà invece allestito in un anonimo palazzone fascista dell’EUR, il tutto per essere sicuri di inaugurare puntualmente entro il 27 gennaio prossimo, Giornata della Memoria e settantesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz.

Abbiamo richiesto un commento su questa complessa vicenda al progettista incaricato del Museo della Shoah, l’architetto Luca Zevi.

Architetto Zevi, ci può riassumere in breve la storia del Museo da Lei progettato?

Nel 2006, con Veltroni sindaco, nacque l’idea di costruire a Roma un edificio che ospitasse un museo della Shoah, lo sterminio degli ebrei. Simbolicamente fu identificata come sede Villa Torlonia, sia perché era stata la residenza di Mussolini, artefice delle nefaste leggi razziali, sia perché nell’area esistono antichissime catacombe ebraiche. A partire dal 2008, con Alemanno, venne formalizzata una fondazione del museo, poi con un procedimento molto farraginoso fu approvata una variante al piano regolatore per permettere la costruzione dell’edificio. Dopo l’insediamento di Marino, ad ottobre 2013, si è dato inizio alla fase finale, varando la gara d’appalto integrato per la costruzione. Dopo una curiosa serie di proroghe che hanno trascinato le valutazioni della commissione fino al maggio 2014, resterebbe una cosa sola da fare: una seduta pubblica per procedere all’apertura delle buste chiuse e all’aggiudicazione seduta stante degli appalti. Ma questa seduta ancora non si fa e a questo punto non so davvero se si farà mai.

In effetti, nel luglio di quest’anno Piero Terracina, ex deportato, ha denunciato in una lettera al Consiglio di Amministrazione della Fondazione del Museo della Shoah, lo spaventoso ritardo accumulato, chiedendo un’accelerazione del processo, in modo da concluderlo mentre almeno uno degli ex deportati è ancora in vita. Forse è questo il motivo che spinge la giunta Marino a cambiare idea sulla costruzione del Museo?

Posso capire bene la preoccupazione di Piero Terracina, molto meno quelle dell’amministrazione: sanno bene che la tempistica per un’opera come quella che dovremmo costruire è questa. Non particolarmente veloce, per colpa della burocrazia, ma neppure tanto più lenta di altre opere pubbliche simili. Io penso che la mancata costruzione del Museo della Shoah sarebbe una iattura per Roma per tanti motivi, ma l’idea del suo semplice trasferimento in un palazzo dell’EUR è addirittura ingiuriosa per la memoria delle vittime.

Lei ha seguito questo progetto sin dal 2006, quindi la si potrebbe accusare di eccessivo coinvolgimento, per così dire “affettivo”.

Guardi, per un progettista il fatto che un’opera venga commissionata e poi non eseguita fa parte delle regole del gioco, è l’ultima delle ragioni che mi spinge ad essere contrario a questa idea. Certo non posso fare a meno di ricordare che per gli espropri dell’area il comune ha già speso 15-20 milioni di euro in permute immobiliari, un capitale della collettività che ora risulterebbe irrimediabilmente sprecato. Il terreno espropriato a Villa Torlonia è destinato da una variante a diventare “Museo della Shoah”, perciò non può essere impiegato per nessuna altra funzione. Il governo Monti concesse a suo tempo una deroga al patto di stabilità che portò al finanziamento dell’opera per 21 milioni di euro da parte della Cassa Depositi e Prestiti. Anche questi soldi, con la cancellazione del progetto, tornerebbero allo Stato. Insomma la cittadinanza romana perderebbe, fra soldi già spesi e altri non usabili, una cifra intorno ai 35-40 milioni di euro. In questi tempi di crisi un appalto da 20 milioni di euro è importante per le aziende e il mondo del lavoro a Roma, e anche questo è un danno non trascurabile. Ma la cosa peggiore di tutte è l’intenzione di ambientare il museo all’interno di un palazzo fascista degli anni Quaranta, proprio il periodo delle leggi razziali, e per di più nel quartiere in cui Mussolini intendeva celebrare i fasti della sua presa di potere in Italia. Il tutto con un tratto di penna, senza un serio dibattito che coinvolga il mondo culturale o almeno la comunità ebraica nel suo insieme.

Qualcuno afferma che ambientare il Museo della Shoah in un quartiere mussoliniano sia una specie di “vendetta della Storia”, una provocazione positiva, che darebbe un senso nuovo all’EUR, sottraendolo a quell’aura di nostalgie autoritarie che spesso si porta dietro.

Non sono assolutamente d’accordo. Lasciando da parte le solite difficoltà a fare dell’architettura contemporanea a Roma, nelle altre capitali europee i musei e memoriali della Shoah sono stati costruiti ex novo proprio per dare il segnale estetico di una nuova sensibilità verso un orribile passato. Se fosse possibile intervenire in qualche modo sull’edificio, segnandone esteriormente la sua destinazione, forse sarebbe ancora accettabile, ma l’EUR è un’area storicamente vincolata, dunque è impossibile. Quale sarebbe il senso estetico di nascondere le memorie della Shoah in quello che esternamente è in tutto e per tutto un edificio fascista? Tutto sommato materializza l’atteggiamento autoassolutorio che l’Italia ha sempre avuto verso se stessa: il fascismo non era poi così male. Magari qualche turista entrando al museo dirà anche: “Ma guarda che bel palazzo…”. Sulla facciata del Museo che avevo progettato c’erano iscritti i nomi delle vittime deportate, anche un passante totalmente inconsapevole non avrebbe potuto fare a meno di leggerli. Un automobilista che passi per strada vicino a questo palazzo dell’EUR di cosa si accorgerebbe? Di nulla. E questa possibilità di continuare a far finta di nulla è la cosa più offensiva di questa proposta, superficiale e grossolana.

È davvero questa la fine per il Museo della Shoah?

Io e molti altri speriamo fortemente di no. Speriamo invece che prevalga un momento di riflessione e dibattito collettivo fra Comunità ebraica, assessorato ai lavori pubblici e mondo della cultura. La soluzione migliore sarebbe una mostra temporanea dei materiali, dare il via all’aggiudicazione dell’appalto e cominciare subito i lavori. Potremmo posare con molta solennità la prima pietra del museo proprio entro la fatidica data del 27 gennaio 2015. È ancora possibile se prevale la volontà politica di comunicare. Se non perdessimo altro tempo sono sicuro che Roma avrebbe il suo Museo della Shoah, come le altre capitali europee, e lo avrebbe entro 18-24 mesi.

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