Roma

Il mare è di tutti, anche a Roma

Da tempo mi batto perché il mare di Roma venga restituito ai romani. Lo so, penseranno i non romani, questo si batte per quella pozzanghera che osano chiamare mare.

Bè, per noi romani il Lido di Ostia ha un fascino tutto particolare legato soprattutto, per i più vecchi, ai ricordi della fanciullezza.  E quello che più ci fa imbestialire è averlo visto sparire, anno dopo anno, dietro  improbabili recinzioni in muratura, inferriate, incannucciate ed altri impedimenta che ormai lo celano completamente alla vista dei passanti.

Tanto che, con un po’ di quell’ ironia tipicamente romanesca,  abbiamo chiamato il lungomare, il “lungomuro di Ostia”.

Accedere al mare è un’impresa : o si paga, e salato, o non vi si accede.

E non sono solo io a dirlo: la denuncia viene fatta dal 2008, ogni anno,  ininterrottamente, da Legambiente che lamenta una “scarsa o nulla accessibilità alle spiagge del Lido di Ostia, oppresse da muraglioni, tornelli e recinzioni” arrivando a dichiarare “inaccessibili il 94,5% delle spiagge romane”. Praticamente tutte.

Con il risultato che una passeggiata sul lungomare di Ostia significa solo fiancheggiare dei di muri di cinta con il risultato che il mare non lo si vede praticamente mai.

A farne le spese sono ovviamente tutti i cittadini che pagano per delle scelte scellerate, insopportabili connivenze e sventurate concessioni a privati che hanno praticamente lottizzato il mare per i loro fini divenendo in decine di anni una potentissima lobby capeggiata da tal Renato Papagni, potente Presidente dell’Assobalneari, un uomo che fa il bello ed il cattivo tempo ad Ostia e dintorni.

Le spiagge italiane, saranno nostre” ebbe a dichiarare nel 2010 proprio Renato Papagni in unintervista ripresa da Report:  “diventeremo proprietari delle spiagge per un secolo grazie al diritto di superficie”.

Questo in vistù dell’art.5 del Decreto sullo Sviluppo approvato dal CdM nel maggio 2011 che recita: “Per incrementare l’efficienza del sistema turistico italiano è introdotto un diritto di superficie avente durata di novanta anni sulle aree già occupate lungo le coste da edificazioni esistenti, aventi qualunque destinazione d’uso”.

Con buona pace della direttiva Bolkestein che invece prevede l’obbligo di fare aste pubbliche per assegnare le concessioni demaniali, così come succede in tutta Europa. Ma non a Roma.

E così, dopo la devastazione praticata negli ultimi 30 anni è arrivata la “sanatoria” utile ad accontentare i potenti titolari degli stabilimenti balneari.

Ma tutto ciò non bastava.

No, ci mancava Alemanno.

Ed eccolo, immancabile, a proporre una nuova fantastica idea:  Ostia Waterfront, ovvero la riqualificazione del lungomare di Ostia.

Bene direte voi, abbatterà il lungomuro, riassegnerà le concessioni, demolirà gli abusi edilizi.

No, niente di tutto ciò.

Piuttosto Alemanno vuole creare il  Secondo Polo Turistico della Capitale facendone una “città dei giovani, in cui dare spazio a sport, vita notturna, shopping e divertimento, non solo nel periodo estivo, ma in tutti i mesi dell’anno.”.

In pratica dalla pazzesca proposta di delibera (fra l’altro introvabile sul sito del Comune ma che ho recuperato in XIII Municipio) emerge che Ostia sarà sommersa da una nuova colata di circa un milione di metri cubi di cemento, grattacieli in prossimità del mare, costruzioni in aree a rischio idrogeologico, demolizione delle abitazioni situate in prossimità dell’Idroscalo ed una nuova viabilità disegnata senza il rispetto di alcun criterio di sostenibilità.  In pratica una follia urbanistica. E tutto ciò senza una sola riga o variante relativa al vero lungomare, ovvero il lungomuro. Lì, per non disturbare i potenti imprenditori balneari, tutto rimarrà come è.  Concessioni secolari comprese.  E nessuna tutela per il verde pubblico, soffocato dal cemento. Non una riga sulla riqualificazione delle spiagge, sull’abbattimento degli abusi edilizi, dei muri e delle inferriate, sul ripascimento costiero, sulla restituzione del mare ai romani.

L’Assessore Corsini, che è parso più subire che controllare il progetto,  dice che “Il progetto assume un’importanza strategica enorme nella sfida ricettiva del nuovo millennio. L’obiettivo è il recupero edilizio e architettonico di un’area dal pregio storico e turistico inestimabile, afflitta da troppi anni di scarsa qualità e di poca attenzione, mal supportata da un carente sistema infrastrutturale. La proposta nel definire nuove e razionali funzioni urbanistiche, non disgiunte dalle irrinunciabili esigenze di tutela ambientale, mira a fare di Ostia un vero e proprio punto di eccellenza della Capitale.  Roma avrà un suo nuovo waterfront, un grande valore aggiunto che le restituirà quella connotazione di ‘città di mare’ che sembrava persa; e che già altre grandi città europee hanno con successo recuperato”.

Ed ecco le reazioni dei cittadini, dei movimenti spontanei  prontamente insorti a risposta dell’insopportabile arroganza di un’amministrazione totalmente fallimentare come quella di Alemanno.  Primi ad insorgere i volontari di LabUr (Laboratorio di Urbanistica):  “Non ho nulla da dichiarare” ha detto Paula de Jesus, urbanista “se non che quanto riportato in delibera non è un progetto di waterfront degno di una capitale come Roma, nota a livello mondiale. Non so come non si vergognino nel presentare a livello internazionale questa cafonata edilizia”, cui ha fatto eco Andrea Schiavone (Presidente di LabUr): “Dopo il flop a Milano, a giugno 2012, durante l’EIRE (l’Expo Italia Real Estate, tra le più importanti fiere internazionali dedicate al settore immobiliare), dove l’incontro con gli investitori per il waterfront andò deserto, adesso si cerca di far vedere con raffazzonate delibere dell’ultim’ora che almeno esiste la garanzia amministrativa degli investimenti. Nulla di più falso: nella delibera non c’è un numero che sia giusto dal punto di vista del piano economico-finanziario del progetto. Uno zibaldone di termini come costi, ricavi, entrate, uscite, investimenti e finanziamenti che non sono altro che “parolacce” pronunciate da una giunta capitolina incompetente”.

E subito nasce però un’interessante realtà: il tavolo partecipato fra i cittadini, le associazioni di categoria, gli imprenditori, i comitati, i tecnici e i professionisti, i movimenti politici e alcuni esponenti di partiti che hanno deciso di intraprendere un percorso di vera partecipazione sul tema Waterfront, al fine di proporre la propria idea, la propria visione.

Li ho seguiti, li ho osservati, ho studiato, ho ascoltato le loro proposte. Bene, le idee ci sono, l’impegno non manca, le professionalità idem. Dobbiamo solo ascoltare. E diffondere. Far conoscere e girare il tavolo  nella Città, negli altri quattordici municipi, fra la gente, fra i comitati, fare rete. Il tavolo diverrà itinerante, lo porteremo in tutta la Capitale, in mezzo alla gente, perchè tutti sappiano. Perché si metta fine a questo scempio.

Perché il mare è di tutti. Anche a Roma.

di Gianluca Santilli

By