Politica

Il Governo abbatte l’affido condiviso con un Decreto Legislativo

con un blitz in Consiglio dei Ministri, il Governo abbatte con un sol colpo la legge 54 sull’affido condiviso dei minori di coppie separate.

di Marino Maglietta

Presidente dell’Associazione Crescere Insieme

Pochi hanno notato che il Decreto Legislativo sulla filiazione approvato dal Consiglio dei Ministri il 13.12.2013 ed ora alla firma del Capo dello Stato contiene diversi pesanti sconfinamenti, oltre la delega ricevuta. Questa prevedeva infatti solo il compito di riordinare, coordinandoli, gli articoli del codice civile in materia di famiglia, uniformando la nomenclatura e collocandoli insieme sotto un medesimo Titolo. Conteneva anche, un preciso elenco delle norme da adeguare alle nuove regole della legge 219 e in merito all’affidamento condiviso solo l’invito a meglio definirne uno dei contenuti più particolari, ovvero il diritto dei nonni a mantenersi in rapporto con i nipoti. Su tutto il resto neppure una parola. E rammentiamo lo stesso titolo della legge 219/2012 che doveva essere completata: “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali.” Già questo indica chiaramente quali fossero gli argomenti da trattare e quali no.

 L’intervento attuale, viceversa, prevede modifiche che smantelleranno la riforma dell’affidamento dei figli del 2006. Allora, infatti, attuando un intervento che fu definito “rivoluzione copernicana” e dando finalmente piena applicazione all’art. 30 della Costituzione, il figlio minore di genitori separati passò da oggetto di decisioni a soggetto di diritti. Questi consistevano nel poter avere una frequentazione del tutto equilibrata di entrambi i genitori, ricevendo da ciascuno di essi altrettanto equilibratamente “cura, educazione e istruzione”. Finiva, dunque, la distinzione tra genitore affidatario e non affidatario, che vedeva il primo incaricato di provvedere a ogni necessità dei figli, assumendosi le relative responsabilità, e il secondo che fruiva di un impropriodiritto di visita”, obbligato a dare al primo del denaro quale unica forma di partecipazione all’allevamento dei figli. Ne seguì, purtroppo, una negativa reazione da parte del sistema legale, che si impuntò nel non realizzare la riforma, inventandosi un non previsto dalla legge “genitore collocatario”, coincidente con il vecchio affidatario. A ciò si rispose sia con nuove e più avanzate proposte, oggetto presso le istituzioni e nel paese di un ampio dibattito tuttora in corso, sia con iniziative di varie amministrazioni locali che stanno creando “registri del doppio domicilio”.

In questa situazione la commissione incaricata dal governo di  completare la legge sulla filiazione ha invece deciso di intervenire nella contesa spogliando il Parlamento della possibilità di valutare e decidere con legge ordinaria. Ha così stabilito che “Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.” La prima osservazione  che salta agli occhi è la stravaganza dell’elencazione, in cui a qualità di carattere generale e basilare, che interessano le fondamentali scelte e l’indirizzo educativo, si affianca una decisione contingente, flessibile e mutevole. La formazione è qualcosa di stabile, di solido e di permanente; le abitazioni si cambiano. Perché volerle codificare? Il figlio, affidato a entrambi i genitori, non dimentichiamolo,  se deve poter effettivamente godere del diritto a un rapporto “equilibrato e continuativo” con entrambi i genitori e a ricevere le cure di entrambi, non potrà avere una “residenza abituale”, che configura tutt’altro scenario: un genitore prevalente e accudente e l’altro  secondario e facoltativo. Per di più, è chiaro che il riferimento simmetrico ai due genitori sottintende il riconoscimento della loro intercambiabilità e del diritto del figlio di sentirsi a casa sua presso l’uno come presso l’altro; ovvero di poter cambiare campo base in funzione delle sue esigenze.  La modifica, invece, distrugge l’equilibrio nei diritti-doveri dei genitori, riaccende la contesa tra di essi, spoglia le madri di ogni possibile richiesta di pari opportunità rispetto al partner e i figli di un loro indisponibile diritto. Questa è la sostanza dei fatti. Dunque, non una “razionalizzazione” della materia, ma una epocale riforma, o meglio controriforma. Difatti l’incredibile giustificazione per queste modifiche è stata la necessità di adeguare la legge sul condiviso (2006) a quella sul divorzio (1970). Non viceversa. Sorgono quindi inquietanti domande: è ammissibile che un intervento così pesante, che riporta la normativa italiana in materia di affidamento a mezzo secolo fa e contraddice una riforma appena introdotta nella nostra legislazione, sia attuato attraverso la scorciatoia del decreto legislativo?  E una volta ammesso che i confini della delega sono stati, più che superati, travolti, è inevitabile chiedersi “perché si sono volute introdurre a tutti i costi modifiche che nulla hanno a che vedere con la filiazione e il riordino delle relative norme ?” E la risposta logica è una sola: perché si voleva a tutti i costi trovare il modo di cambiare la legge sull’affidamento.

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