Politica

Il Congresso del PSE a Roma. La sinistra europea al vaglio della crisi

Il congresso del PSE appena tenutosi a Roma, non ha solo sancito l’ingresso del Partito Democratico nel gruppo socialista europeo, ma ha segnato l’inizio di una campagna elettorale, quella per le europee di maggio, che sarà fondamentale per la tenuta e gli equilibri futuri dell’Unione Europea. Come è stato sottolineato da numerosi interventi, per la sinistra europea queste elezioni sono il punto di arrivo di una lunga riflessione sull’idea di Europa Unita, ma anche il punto di partenza per un ripensamento del concetto di socialismo europeo.

di FABIO BENINCASA

In questo momento, per ovvie ragioni, il dibattito politico dell’intero continente è centrato sulla crisi economica e perciò sulla critica a modelli di sviluppo e occupazionali visti come insostenibili e soprattutto imposti dall’alto da un’oligarchia ristretta e poco rappresentativa. La relativa impotenza della politica e dei politici nelle decisioni riguardanti l’economia e il lavoro ha favorito una generale freddezza dell’opinione pubblica rispetto all’ideale europeista, in tutti i paesi membri. Inoltre la spasmodica attenzione agli aspetti “gestionali” del sistema-Europa ha fatto passare in secondo piano una serie di importanti questioni legate ai valori, alle identità e alle opportunità del costituirsi dell’Europa Unita.

 

L’emergere di movimenti populisti, autoritari o nazionalisti, che nascondono le loro mire egemoniche dietro un anti-europeismo di facciata, hanno a che fare anche con la mancanza di un progetto condiviso di società civile che si ricollega anche alla crisi politica della sinistra, una conseguenza della fine della Guerra Fredda e di una dolorosa fase di trasformazione. Le questioni sono principalmente due: come fa una sinistra post-marxista ad affrontare nuovi paradigmi economici e di diritto ormai consolidati, che informano l’attuale politica dell’UE, e soprattutto cosa debba proporre, pescando da una parte nella propria tradizione e dall’altra nelle ipoteche di una modernità convulsa ma incredibilmente feconda.

 

Negli USA una crisi simile a quella che attraversa la sinistra europea si è presentata nel decennio precedente, in coincidenza delle vittorie di George W. Bush nel 2000 e soprattutto nel 2004. Bush, eletto la prima volta per il rotto della cuffia, si rivelò inaspettatamente il presidente più votato nella storia degli USA, incluso Kennedy, costringendo i democratici americani ad un riesame delle loro strategie politiche. Al contrario di ciò che spesso succede in Italia nessuno degli analisti politici americani concluse che gli USA erano “un paese di destra”.

 

Il problema era costruire un paradigma democratico ben profilato sulle caratteristiche della loro società, che non potesse in alcun modo confondersi con la proposta politica dei repubblicani. Se Bush aveva immesso nell’agenda politica una serie di temi nazionalisti, religiosi e messianici, ma sempre orientati a una visione iper-conservatrice, la scelta dei democratici dopo il 2004 non fu più quella di inseguire l’avversario in una corsa al centro, come avevano con Kerry nel 2004. Ma piuttosto costruire un’alternativa sia sul piano dell’immagine che su quello dei contenuti.

 

Il risultato è stata una profonda revisione dell’immaginario democratico americano tradottasi in un vero e proprio shock politico per gli USA: l’elezione di Barack Obama. Gli osservatori politici italiani furono quasi più scioccati degli americani rispetto a questo improvviso cambiamento politico,  ma sarebbe limitante ridurre la novità dell’elezione di Obama al suo essere il primo presidente nero.

 

Obama rappresentava una serie di opzioni valoriari e programmatiche totalmente inaccettabili per il discorso politico impostato da Bush. L’attenzione ai diritti civili e il rovesciamento delle opzioni economiche e di pensiero sulle quali si era fondato il messianismo neo-con corrispondeva a un modo di reinventare la sinistra americana, dando a questo processo anche delle ampie basi popolari, derivate da un’analisi molto puntuale della società americana.

 

Ovviamente la sinistra socialista europea ha delle specificità assolutamente non riconducibili al modello americano,  e l’UE non è certo istituzionalmente paragonabile agli USA, tuttavia questa esperienza può insegnarci qualcosa. Il Partito Democratico americano non ha rifiutato la modernità identificandola con le tendenze conservatrici che pure vi si manifestano. Ripartendo dalla sua base irripetibile di valori, convinzioni e concetti filosofici ha cercato di evocare ciò che nella modernità poteva esserci di libertario e progressista.

 

La sfida che si pone ora alla sinistra europea è simile. Partire dalla propria comune tradizione di pensiero e simultaneamente cercare ciò che nelle dinamiche della società europea contemporanea vi può essere di progressivo e completamente irricevibile da parte delle opzioni populiste, conservatrici e reazionarie. Il PSE non deve “inventare” un’idea d’Europa, semmai reinventare e rendere visibili elementi che la società europea già contiene, aprendo degli scenari che nessun pensiero conservatore potrebbe fare propri.

 

Il superamento della dimensione nazionale, l’integrazione delle differenze culturali Nord-Sud, i diritti civili per gli individui e le minoranze religiose, l’innovazione sul diritto di famiglia, il ripensamento delle politiche di cittadinanza per gli immigrati. Non ultimo il ripensamento del paradigma economico, partendo dalla novità della globalizzazione, senza temerla o rifiutarla a priori. L’intero PD deve essere consapevoli della linea di demarcazione sulla quale si stanno giocando questa elezioni. Non è una linea di demarcazione etnica o statuale, (l’Italia contro la Germania o il Sud contro il Nord) ma prima di tutto di visione del mondo e di approccio. Oggi il dibattito politico deve cessare di incardinarsi autoreferenzialmente sulle singole nazioni europee per estendersi a una dinamica che vede il progressismo unificare le sue forze ponendo un limite al dilagare del conservatorismo autoritario, nazionalista e populista.

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