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ICT, DIGITAL DIVIDE: PERCHE’ SIAMO SEMPRE INDIETRO

Proprio ieri (3 maggio 2012)  stavo dando un’occhiata alla relazione di fine mandato presentata da Corrado Calabrò, presidente dell’Authority per le comunicazioni, che dopo 7 (sette) lunghi anni si appresta a lasciare l’incarico il 15 maggio. E dalla relazione emerge che “…il ritardo nello sviluppo della banda larga costa all’Italia tra l’1 e l’1,5% del Pil” e si legge una forte preoccupazione  per la difficoltà di tenuta delle reti italiane, sia quella fissa sia quella mobile, di fronte alla crescita esponenziale del traffico registrata negli ultimi anni. Preoccupazione fondata quella del Presidente che parla inoltre di “incalzante spinta della necessità di realizzare finalmente le reti di cui la comunicazione ha bisogno“.

Ma le sue prediche sono cadute finora nel vuoto per la fretta del Governo di “fare cassa” e perché in Italia questa Authority  (otto commissari, alcuni anche di centrosinistra…) non ha mai  avuto una visione strategica del problema ma ci si è sempre limitati ad operare le scelte seguendo il mercato e quindi abdicando a favore dei grandi gruppi delle telecomunicazioni.

Con il risultato che  l’Italia conta 21 linee ad alta velocità ogni 100 abitanti, rispetto a una media Ue di 27; sono connesse alla rete il 62% delle famiglie contro una media europea del 73% e, soprattutto, il 41% degli italiani adulti non ha mai usato Internet, tre volte il livello registrato in Francia, Germania e Regno Unito.

Ma, ancora più grave, anche se il 100% dei servizi della pubblica amministrazione sono accessibili via Internet, solo il 10,7 % della popolazione ne ha usufruito.

La conseguenza? “L’economia internet in Italia vale solo il 2% del Pil, contro il 7,2% del Regno Unito“.

Dopo un’iniziale parvenza di liberalizzazione siamo ora tornati ad una sorta di rimonopolizzazione del mercato della telefonia fissa.

E il presidente Calabrò ha anche omesso di dire che già a settembre 2011 si è conclusa in Italia l’asta per l’assegnazione delle frequenze nella banda da 800 MHz, da destinare alla rete cellulare di nuova generazione LTE. Ad aggiudicarsele sono state TIM, Vodafone e Wind.

Si è seguito cioè il trend tecnologico del mercato: si è preferito mettere a bando subito le frequenze della tecnologia LTE (Long Term Evolution), chiamata anche 4G, che negli Stati Uniti è già diffusa e che in Europa è in fase sperimentale.

E qui casca l’asino o meglio cascano Calabrò ed il Governo.

La Germania infatti sarà tra le prime nazioni europee a rendere operativo il 4G – LTE.

Ma il cancelliere tedesco, Angela Merkel ha già annunciato che gli operatori telefonici che vorranno vedersi assegnate delle licenze per vendere connessioni Lte dovranno prima di tutto coprire a tariffe agevolate le aree rurali o montane dove non arriva la tradizionale ADSL, cioè il cavo. I gestori, secondo il piano previsto dal Governo Tedesco dovranno  pertanto svolgere una funzione sociale ed impegnarsi per  ridurre il digital divide e consentire a tutti di accedere a Internet e ai servizi ad esso  connessi.

Capita l’intuizione?

Capito cosa vuol dire GOVERNARE UN PAESE? Pensate che per arrivare a questa brillante intuizione e a questa concreta dichiarazione di intenti  la Merkel debba essere ricorsa ad uno stuolo di ministri tecnici?

Spesso qui da noi si parla di digital divide o divario digitale. Si organizzano convegni, barcamp, seminari, ma poi cosa si fa di veramente concreto?

Pensate che il Governo ha pronto un Decreto Legge per portare entro il 2020 una connessione a tutti in banda larga. Sempre che si riescano a reperire i fondi necessari in questo momento di crisi.

Capite? Il 2020? Un’eternità in campo tecnologico.

Ci troviamo quindi davanti  a due problemi. Entrambi generati dalla mancanza di visione strategica della politica: poca cultura informatica se è vero, come è vero, che il 41% degli italiani non si è MAI connesso ad Internet e soprattutto poca opera di convinzione presso gli operatori di telefonia nazionali per spronarli a fare del bene pubblico (come ha fatto la Merkel in Germania) riducendo il divario digitale prima di assegnare loro nuove frequenze e nuovi lauti guadagni.

Ce la faremo? Non credo, non vedo interesse né dibattito intorno a questi problemi.

E continuiamo a rimanere indietro.

 

di Gianluca Santilli – 4 maggio 2012 

 

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