Politica

I diritti non conoscono moratorie. Quando il Parlamento cerca di guadagnare tempo sulle questioni scomode

 

Ha fatto notizia la richiesta al PD di una supposta “moratoria” sui temi dei diritti civili. Sulla moratoria in sé ci sarebbe poco da dire. Un tentativo maldestro, da parte di soli quattro parlamentari del PDL, per quanto di un certo peso, di guadagnare tempo su questioni scomode.

di FRANCESCO ROSETTI

Magari ci si potrebbe stupire dell’ex ministro Carfagna, l’ala un po’ di tendenza e modernizzatrice del PDL, un tempo non troppo lontano se non favorevole almeno condiscendente alle rivendicazioni dei gay e delle minoranze e che ora dimostra come certi atteggiamenti modaioli e apparentemente liberatori del PDL verso sesso e società sono più dovuti a tolleranza e abitudine verso l’evoluzione dei costumi che ad un ragionamento politico o a una vera coscienza dei diritti delle persone. Il tutto ovviamente mescolato a un notevole opportunismo.

Ma la questione è un’altra. Perché la moratoria deve essere proprio sui diritti, in nome di un presunto primato dell’economia? Da molti segnali sembra che l’ intera classe politica, M5S incluso, sia ferma a livello antropologico al primato dell’homo oeconomicus e alle sue esigenze primarie. A cosa ci troviamo di fronte? A un vecchio marxismo mal digerito e banalizzato, ad un liberismo positivista di primo Novecento, a un thatcherismo ridotto al pecoreccio? Forse nulla di tutto ciò. Forse, a sentir ripetere “It’s the economy stupid” e che le elezioni si vincono sulla situazione economica, il resto è diventato dettaglio trascurabile. Contano i numeri di un benessere quantificato e ridotto a misura.

Si è imposta una mentalità, un pregiudizio diffuso, che ha ricostruito una (rigida) scala di priorità. Insomma vecchio pregiudizio economicistico o semplice riduzione dell’uomo a ciò che mangia, o peggio ancora affarismo senza scrupoli, fatto sta che, materialisti senza saperlo, i nostri parlamentari nella quasi totalità hanno una visione del diritto, della questione dei diritti umani, sostanzialmente decorativa e superficiale. Qualcosa di cui si può discutere, ma solo in determinati momenti, quando le cose vanno bene e ci si può dedicare alle frivolezze.

Ma è legittimo, anche in un momento così grave di crisi economica, mettere determinati problemi di ordine, diciamo così, pratico-amministrativo davanti ad ogni considerazione sul piano del diritto, del rapporto del cittadino con la società tutta e le istituzioni, del suo rapporto con la sfera privata e affettiva? Vedere i diritti umani come una semplice variabile, dipendente dall’eventuale stabilità sociale, o addirittura come un problema secondario, discendente dall’ordinaria amministrazione, non è addirittura prepolitico, visto che la questione dei Diritti è quella che fonda il patto sociale?

In fondo il pasticciaccio kazako e la “moratoria” dei parlamentari PDL riguardano la stessa mentalità e lo stesso pregiudizio. I diritti della persona sono un orpello, la politica è amministrazione, a volte più ambigua che ordinaria. Quale rispetto per la democrazia può avere una classe politica che condivide una simile visione è tutto da stabilire e forse è connesso con lo scarso rispetto dell’elettorato mostrato negli ultimi mesi. Il fatto che questo determinismo e riduzionismo poi sia il riflesso di ignoranza e non di precise riflessioni non rende la cosa più sopportabile, anzi la fa diventare allarmante.

 

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