Cultura

I capolavori di Antoniazzo Romano a Palazzo Barberini

Come si può concepire una buona mostra sul Rinascimento o comunque sull’arte di un universo culturale vastissimo ormai scomparso e non replicabile nella sua interezza? La risposta non sta tanto nel gigantismo di cui soffrono le grandi mostre delle Scuderie del Quirinale e forse neanche nella presenza massiva di pannelli esplicativi, pure utili nel contestualizzare il momento che l’esposizione tenta di divulgare, ma piuttosto nella capacità di immergere lo spettatore nelle opere, di innestare quel sottile dialogo che muove l’attività contemplativa.

DI FRANCESCO ROSETTI

Ebbene la mostra dedicata ad Antoniazzo Romano, grande pittore quattrocentesco, presso palazzo Barberini, pur limitata nelle dimensioni, riesce in questa complessa operazione psicologica nei confronti dello spettatore attraverso piccoli slittamenti che introducono all’opera e alla complessa poetica del pittore romano. Prima di tutto viene brevemente introdotta la produzione pittorica romana del tempo, una contestualizzazione minima ma per nulla scontata data la peculiarità del Quattrocento nella Città Eterna.

Perché è vero, quando si pensa al Rinascimento, le due città che vengono in mente sono proprio Firenze e Roma: la Cappella Sistina, San Pietro, la Maniera Grande, Raffaello, ma tutto questo, almeno per la città dei Papi, riguarda il XVI secolo, cioè con una fase già molto avanzata di ciò che, per semplificazione storica, chiamiamo Rinascimento. Totalmente diversa è la situazione della città alla metà del Quattrocento, quando nasce Antoniazzo.

Del tutto abbandonata durante il papato avignonense, priva delle grandi commesse ecclesiastiche e di una media borghesia artigianale in grado di sostituirle nell’orientare il gusto, Roma aveva visto la sua produzione pittorica scadere da una grandissima stagione tardo medievale ad un provincialismo relativamente attardato per tutto il Trecento.

Mancata la grande stagione giottesca e in parte anche la fioritura del Gotico Internazionale, nella prima metà del XV Secolo la città si offriva in un’ottica decisamente contraddittoria. Miniera di simboli e di vestigia per tutta la prima generazione di umanisti e artisti impregnati di classicismo e riscoperta latina, relativamente misera riguardo la fioritura culturale che invece toccava Firenze e il resto del Centro Italia. Certo, grandi artisti visitano Roma e lasciano anche notevoli testimonianze: Gentile da Fabriano, Pisanello, Masaccio, Beato Angelico, Piero della Francesca, Brunelleschi, Donatello. Tutti però passano per Roma senza identificarcisi, col risultato che la città rimane una specie di provincia, straordinaria, sui generis, ma pur sempre provincia.

E qui la mostra, concentrandosi sulla figura di Antoniazzo riesce a identificare un duplice aspetto riguardo alla complessità del fenomeno rinascimentale: il policentrismo e la provincia come luogo della rielaborazione del ritardo. In un certo senso è come se la frantumazione politica dell’Italia abbia consentito una proliferazione di soluzioni formali e concettuali che non ha eguali nel resto d’Europa per ampiezza e continuità, se si esclude forse l’Olanda del XVII secolo.

La prima produzione di Antoniazzo esemplifica come la provincia, rispetto a grandi centri come all’epoca potevano essere Firenze o Milano, non è solo il luogo di un’arte ritardataria e mestamente reazionaria, ma è anche il crocevia di una reinterpretazione creativa delle novità rinascimentali alla luce della tradizione culturale locale.

Antoniazzo, con le sue Madonne con bambino e i suoi trittici è la manifestazione più straordinaria di questo fenomeno di rilettura culturale. È come se le sue opere dialogassero con i grandi risultati fiorentini, umbri e urbinati sottintendendo: ”Sì alla modernità, ma a modo nostro”. Se guardiamo alle iconografie scelte da Antoniazzo nelle sue opere su tavola ci troviamo nel pieno della tradizione trecentesca romana. Santi e Madonne ieratici e imperturbabili su fondo oro. Eppure il plasticismo e la presenza umana delle figure di Antoniazzo parlano un linguaggio e prefigurano un clima culturale totalmente diverso.

L’iconicità di figure ancora avvolte nel clima tardo medievale o bizantino del secolo precedente acquisiscono una vitalità, una densità plastica, monumentale e psicologica totalmente nuova. Antoniazzo ritraduce brillantemente il tutto in una formula stilistica mai ripetitiva. L’artista romano riesce anche a ritagliarsi uno spazio di novità rispetto ai grandi modelli di Firenze e Urbino, mantenendo quindi l’autonomia culturale della città pontificia e facendone un punto di forza.

Isolate nell’oro delle sue pale, le sue figure non vivono la tragedia di quelle di Donatello, il quietismo dolce del Perugino, l’imperturbabilità di Piero, ma creano una monumentalità classica, olimpica, fortemente individuata sul lato umano e che l’oro, spesso bulinato in modo da acquisire a sua volta profondità spaziale, tende a far risaltare. È il momento in cui Roma esce dall’anonimato del secolo e mezzo precedente per diventare produttrice di un linguaggio culturalmente autonomo, visto che Antoniazzo è anche al centro di una produzione di bottega molto fiorente e gradita ad una committenza nobiliare colta ma conservatrice, che probabilmente apprezzava il compromesso artistico del pittore.

Si tratta di un periodo relativamente breve. L’anno della morte di Antoniazzo, il 1508, è anche l’anno in cui Michelangelo comincia il titanico esperimento della Sistina mentre Raffaello  lavora alle Stanze Vaticane. Un nuovissimo capitolo si va aprendo nella storia delle forme, in maniera così radicale che anche l’avanguardia pittorica dei decenni precedenti, da Perugino a Pinturicchio, così come Antoniazzo, verrà respinta nella remota provincia umbro-laziale.

Tuttavia, e la mostra di Palazzo Barberini ha davvero il merito di sottolinearlo, la figura di Antoniazzo, non è solo quella di un grande artefice riscoperto, ma anche quella dell’animatore di un fenomeno di autonomia provinciale, rispetto ai grandi centri, che ci consente di definire il Rinascimento italiano come un fenomeno compiutamente plurale.

Antoniazzo Romano Pictor Urbis, Galleria Nazionale di Arte Antica

Palazzo Barberini, Roma, fino al 2 febbraio 2014

Il sito della mostra: http://galleriabarberini.beniculturali.it/index.php?it/22/archivio-eventi/56/antoniazzo-romano-pictor-urbis

 

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