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Erdogan, un golpe e la laicità dello stato.

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Notte di guerriglia in Turchia dove un golpe orchestrato da alcune frange dell’Esercito Turco per destituire il potere del Presidente Recep Erdogan ha tenuto le cancellerie d’Europa ed America con il fiato sospeso. Il bilancio della notte di scontri tra Istanbul e Ankara parla di 1.563 militari arrestati e 104 golpisti uccisi.

Il presidente Erdogan, per la durata del tentativo, poi fallito, di golpe è tornato nella capitale unicamente dopo aver avuto certezza del fallimento del colpo di stato, dopo una fuga rocambolesca in volo nei celi turchi.

I golpisti hanno dapprima occupato le reti di comunicazione: TV pubblica e centrali che gestiscono la comunicazione internet. Successivamente hanno tentato di colpire i simboli del potere del Presidente, concentrandosi sulla sede del partito presidenziale, il palazzo e l’assemblea parlamentare.

I generali ribelli hanno tentato di espugnare i simboli del potere e stabilizzare la situazione, prima che le folle popolari fedeli al potere costituito scendessero in piazza, ma hanno fallito, hanno fallito questa corsa contro il tempo.

Nell’ossessione di eventi come quello di questa notte il Presidente Erdogan ha rafforzato, in nome della lotta al terrorismo, i mezzi della polizia, fornendole autoblindo, aumentandone le page, facendone nella sostanza una guardia pretoriana al potere presidenziale. Parallelamente ha portato avanti un epurazione dei servizi di intelligence mettendone nei ruoli chiave uomini a lui fedeli.

Sono stati proprio Polizia e servizi ad esser colpiti immediatamente, nottetempo dagli elicotteri cobra e dai carri all’aeroporto di Istanbul, al palazzo presidenziale e nella capitale, ad Ankara.

I golpisti sin dall’occupazione dei ponti sul Bosforo sembrano avere contato sulla gendarmeria, l’unità di polizia militare simile ai nostri carabinieri creata da Ataturk e che è stata custode delle istituzioni repubblicane prima dell’avvento di Erdogan. Sono 170 mila uomini, disposti in tutte le città chiave del paese, con uno spirito di corpo molto alto. Hanno mezzi blindati e squadre di commandos.

Due sono stati i punti di svolta, Prima di tutto l’appello di Erdogan trasmesso attraverso lo smartphone, prima di imbarcarsi su un aereo come un moderno Leader 2.0, dopo aver per anni osteggiato tali strumenti ne sperimenta la pervasività dell’informazione. Successivamente la condanna dei leader mondiali, da Obama alla Merkel fino al vertice della Nato: un segnale chiaro per tutti gli ufficiali che avevano oscillato tra la tentazione di schierarsi al fianco dei ribelli.

A Istanbul, la città di cui è stato per anni sindaco, il messaggio di Erdogan ha spinto la folla a scendere in piazza, circondando i carri armati. La polizia ha scortato i cortei, dirigendosi verso i ponti del Bosforo. Dopo un confronto a distanza, i blindati del putsch hanno fatto retromarcia. L’aeroporto internazionale è stato riaperto.

Più confusa la situazione nella capitale. I golpisti si sono ritirati dalla sede della tv nazionale, rilasciando i giornalisti che hanno ricominciato a trasmettere. Tutti i ministri chiave sono riusciti a comunicare e nonostante i combattimenti, anche il vertice dell’intelligence pare rimasto attivo.

La scommessa dei generali ribelli è fallita. Hanno tentato una mossa anacronistica, ignorando il cambiamento del paese. Il 70 per cento dei soldati sono ventenni di leva: non si tratta più dei figli di contadini ignoranti, che trent’anni fa hanno obbedito ciecamente agli ordini dei superiori. Sono giovani d’oggi, che difficilmente avrebbero aperto il fuoco sulla folla.

Il colpo di mano è fallito e la figura del Presidente ne esce eroica e legittimata dalla difesa popolare, lo scenario turco ha ora più di ieri, con i suoi lati oscuri e le sue incoerenze, un solo protagonista.

di Francesco Piacitelli

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