Cultura

Emozioni, amore e speranza nella periferia romana. Luca Improta e il suo romanzo “Il colore delle lacrime”

La periferia romana è un territorio off-limits, perennemente sospeso tra legalità e illegalità e importante palestra di vita.
“Il colore delle lacrime” di Luca Improta racconta le vite, le storie, le strade delle periferie romane. E lo fa fornendoci un’immagine onesta e fedele della quotidianità della Roma suburbana. Un turbinio di follia, duelli di strada, inseguimenti, omicidi, droga e carcere. Nel romanzo di Luca Improta non mancano le emozioni, emozioni lucide e vere. Non importa che siano positive o negative. Si tratta di esperienze che testimoniano come al centro della vita di ognuno di noi ci siano l’amore e la speranza.

La trama narra l’avventura umana di due coppie, che “quasi identificando la lotta tra il bene e il male, si incontrano tragicamente all’inizio e alla fine dell’opera, nella tela mortale tessuta dal destino”.
Dopo essere stato presentato al XXVI Salone internazionale del Libro di Torino nel giugno 2013 e aver riscosso un notevole successo di pubblico e di critica, il romanzo è stato presentato nei giorni scorsi presso la sede del Municipio XIV a Roma, nell’ambito di un incontro organizzato dal consigliere municipale Davide Cecini.
“Mi sono adoperato per organizzare la presentazione di Luca alla Biblioteca Basaglia di Primavalle perchè ritengo che questo Municipio meriti iniziative di alto livello culturale di cui possano usufruire tutti i cittadini – ha dichiarato Cecini -. La scelta del luogo non è causale: un quartiere difficile, che soprattutto in passato ha presentato molti episodi di cronaca nera simili a quelli descritti da Improta nel suo libro. Il libro contiene temi quali l’emarginazione sociale, la droga, la criminalità con i quali noi tutti come cittadini siamo chiamati a ragionare: ancor di più chi è amministratore di un territorio come il sottoscritto non può sottrarsi da tale dibattito e cercare soluzioni”.

A margine della presentazione del romanzo, abbiamo intervistato Luca Improta. 

di LUCIO LUSSI

Partiamo dalla narrazione. Da dove nasce l’ispirazione per la stesura del libro?
“L’ispirazione primaria è la consapevolezza di avere qualcosa da dire. Alla tenera età di 50 anni ho avuto la felice idea di scrivere un romanzo che riguardasse i quartieri difficili di Roma, quella periferia dove sono nato e cresciuto. E in questo contesto ho costruito una storia forte”.

Quanto conta per lei essere cresciuto in un quartiere come Primavalle negli anni 70?
“Conta molto ed è formativo. Tutti noi camminavamo su una linea sottile con il rischio perenne di cadere dalla parte sbagliata. Il nostro era un modo per vivere esperienze di vita forti e conseguentemente formarci un carattere forte. Sono esperienze che ci hanno segnato e che ci portiamo addosso. Nel mio caso hanno segnato tutto quello che scrivo, ma anche il modo di scrivere, che è oggettivamente forte e aggressivo proprio come la vita di quegli anni. Essere cresciuto nella periferia romana degli anni Settanta mi ha aiutato ad affrontare la vita nel modo giusto”.

La periferia che descrive potrebbe essere qualsiasi realtà periferica romana?
“Certo. Qui e là nel romanzo indico i nomi di alcuni quartieri, ma è una scelta casuale. La trama potrebbe essere ambientata in tutte le periferie romane, i quartieri e la borgate. La sostanza della storia non sarebbe cambiata”.

I temi affrontati nel romanzo, dal carcere all’emarginazione sociale, dalla droga alla salute, sono descritti con dovizia di particolari. Vissuto personale o un gran lavoro di studio e documentazione?
“Non c’è nulla del mio vissuto personale: non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti, non sono mai entrato in un carcere e non ho mai avute aspirazioni al suicidio o contatti con persone che aspiravano al suicidio. L’unica esperienza diretta è quella di aver frequentato gli ospedali. Per raccontare questi argomenti ho studiato e mi sono informato molto, in particolar modo sulla situazione delle carceri. Non sono mai entrato in una realtà così difficile, quindi non l’ho mai vista da vicino, ma dietro il romanzo c’è un ampio lavoro di documentazione. Ho letto interviste, report, indagini e in particolar modo i libri partecipanti ai concorsi letterari organizzati negli istituti penitenziari. Alla fine della fase di studio e analisi ho avuto un quadro chiaro sul funzionamento delle carceri ma soprattutto sulle sensazioni e le emozioni che i carcerati vivono. E sono contento di aver riportato fedelmente queste emozioni nelle pieghe del romanzo, le emozioni positive o negative di chi frequenta un determinato ambiente o compie alcune scelte ai limiti della legalità”.

Tra autore e personaggi si crea sempre un legame particolare. Qual è il personaggio che preferisce e per quale motivo?
“La prostituta, un personaggio molto forte condannato ad una fine triste e con una seconda vita particolare. Ho costruito un personaggio segnato da un’esistenza difficile ma portatrice di una grande speranza. Ha una figlia, affidata alla nonna, lontana dalla sua vita. La vive e la protegge da lontano, senza interagire con lei. Ed è una scelta che porta avanti con molto sacrifici. Quello della prostituta, alla fine, si rivela un esempio positivo: nonostante la vita si sia accanita contro di lei, porta avanti con convinzione la forza di vivere”.

Qual è il vero messaggio del Colore delle Lacrime?
“L’amore. Un amore non banale che lega tutte le storie e tutti i personaggi. Un amore fatto di piccole cose, di emozioni forti, un amore che racconta situazioni difficili, sottile ma sempre presente.  Poi c’è la speranza, una speranza a prima vista impalpabile ma che emerge bene tra le righe del romanzo, nelle realtà dei quartieri difficili e negli ospedali. Tutti i personaggi combattono per un obiettivo e non c’è mai una rassegnazione agli eventi o al destino”.

La trama e i personaggi si prestano bene alla trasposizione cinematografica. Può darci qualche anticipazione?
“Sarebbe la realizzazione di un sogno. Con l’editore sta nascendo un progetto di cinema d’autore, anche perché è emersa subito la possibilità di una rappresentazione cinematografica o televisiva della storia. Ho lavorato a lungo in tv e le potenzialità del mio romanzo mi sono apparse subito chiare. L’unica anticipazione che posso dare è che, insieme ad un regista, stiamo lavorando alla sceneggiatura”.

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