Politica

E se il PD smettesse di fare la guerra alle SUE primarie?

 

Considero le primarie una delle due uniche innovazioni introdotte in politica negli ultimi vent’anni. L’altra è il 50&50, quale strumento di applicazione della democrazia paritaria. Entrambe innovazioni introdotte dal PD. Entrambe osteggiate dallo stesso PD fin dalla loro introduzione.

di LUCIA ZABATTA

Ogni volta che si avvicina il momento della scelta, ogni volta che siamo in vista di un appuntamento che, da Statuto, implica la celebrazione delle primarie, ogni volta che si paventa l’obbligo normativo (delle nostre norme interne, quelle scelte da noi democratici!) di cedere parte della sovranità, nella decisione, agli elettori, si riaccendono le polemiche interne e scatta la rincorsa ad evidenziare i mille e uno buoni motivi per cui “in questo caso” è opportuno rinunciare alle primarie.

Tanto diffusa, reiterata ed evidente è questa ostilità, che si è arrivati al paradosso di dover leggere sulla stampa titoli tipo “Vince il popolo delle primarie, perde il Partito Democratico” in occasioni come le primarie per il candidato sindaco di Milano o altre in cui gli elettori hanno scelto candidati diversi da quelli proposti dal PD.

E se il tentativo di evitarle, chiuderle, predeterminarne il risultato, da parte delle oligarchie di potere interne, non viene mai a mancare nel caso di primarie per la scelta delle candidature alle cariche istituzionali, non sorprende che le resistenze riemergano con ancora maggior forza nel caso di ricorso allo strumento per la scelta dei segretari del partito. Anche perché, se per le cariche elettive nessun dirigente democratico ha il coraggio di ammettere, davanti alle telecamere, che ne farebbe volentieri a meno, per gli organismi interni le perplessità, anche di molti militanti, non sono mai state del tutto fugate.

Che diritto può avere colui che non si prende la responsabilità di sostenere un’organizzazione, di scegliere chi deve guidarla?

La risposta è semplice ed è anche molto ben chiaramente espressa nello Statuto Nazionale del Partito Democratico, che all’articolo 2 (punto 4, lettera a) recita Tutti gli elettori e le elettrici del Partito Democratico hanno diritto di: a) partecipare alla scelta dell’indirizzo politico del partito mediante l’elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee al livello nazionale e regionale.”

Ed è logica conseguenza di quanto definito, dallo stesso Statuto, all’articolo 1 (punto 1): Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti,  fondato sul principio delle pari opportunità, secondo lo spirito degli articoli 2, 49 e 51 della Costituzione.”

Del resto, la necessità di costruire un partito nuovo non nasceva proprio dalla volontà di recuperare la distanza tra politica e società, aprendo il contesto politico anche attraverso forme innovative di partecipazione dei cittadini alla vita e alle scelte del partito?

E’ vero che eravamo abituati a modelli di partito diversi, ma è anche vero che ci eravamo detti che volevamo costruire un partito nuovo, non semplicemente un nuovo partito.

E proprio oggi, con il partito al picco più basso della sua crisi di identità e credibilità, con una dirigenza che ha dimostrato di non sapere essere all’altezza delle sue stesse innovazioni, costruendo (e pure piuttosto male) solo un nuovo partito che, però, a parte il nome e una ampliata varietà di soggetti fondatori, di nuovo ha ben poco. Proprio oggi, dopo che il colpo di mano dei 101 e la scelta delle larghe intese hanno provocato una profonda frattura con larga parte dell’elettorato di riferimento, invece di richiamare gli elettori in fuga a partecipare con noi a costruire il partito da cui vorrebbero essere rappresentati, chiudiamo le porte del congresso? Limitiamo la scelta del segretario, e, quindi, della linea politica, ai soli iscritti, una platea potenziale che potrebbe contare intorno alle 500.000 persone (ma che secondo alcuni non raggiunge nemmeno le 400.000 unità)[1] a fronte dei 10 milioni, circa, di elettori alle ultime politiche)?

Con un’operazione, poi, che qualsiasi vero democratico non si sognerebbe mai di fare: cambiare le regole in corsa!

E il bello è che tutti continuano a dire che questo deve essere un nuovo (direi un vero, finalmente) congresso fondativo. Ma, per non sbagliare, meno sono i fondatori, meglio è. Se no c’è il rischio di perdere il controllo….e il potere.

Limitiamoci ad applicare lo Statuto, ora. Sarebbe molto più saggio. E se congresso fondativo deve veramente essere, dacché questa è questione che attiene al profilo e alla natura del partito, facciamo di questo dibattito un elemento della discussione congressuale. Così magari la decidono davvero gli iscritti e gli elettori la forma di partito da cui preferiscono essere rappresentati.

Facciamolo ricordandoci, però, che il mondo cambia anche senza di noi. Persino nonostante noi. Il PD che era nato per cambiare la politica e l’Italia, non sottovaluti i mutamenti a cui i cittadini stanno costringendo la politica immobile e lo stesso PD. E per una volta cerchi di valutarne l’impatto prima, non dopo che si sono prodotti.

Facciamolo ad esempio considerando che l’abolizione, o quantomeno la drastica riduzione del finanziamento pubblico ai partiti, cui con estrema probabilità si arriverà a furor di popolo, rende sempre più sfumata la differenza tra iscritti (che sostengono finanziariamente il partito, con la sottoscrizione della tessera) ed elettori (cui si arriverà, analogamente, a chiedere un sostegno finanziario, personale e volontario, anche in assenza di iscrizione).

Se letti in questa prospettiva, forse i passi citati dello Statuto nazionale acquistano il valore di una felice intuizione. Da applicare correttamente e valorizzare, semmai, invece di eliminare.

Facciamolo considerando che la logica dei distinguo crea solo divisioni e fratture. E’ quella del valore, anche delle diversità, di ciascuno e di tutti, insieme, che crea coesione e unità d’intenti. Ed è la coesione e l’unità d’intenti, tra base e vertice, tra iscritti ed elettori, tra rappresentanti e rappresentati, che serve al PD per rinascere e per costruire una grande forza democratica da mettere al servizio del Paese.


[1] Non si rintracciano dati ufficiali sulle iscrizioni 2012.

 

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