Politica

Democrazia e caso Kazhakistan. La classe politica difende o distrugge le istituzioni?

Ci sono molti modi di esprimere il dissesto e la crisi di un sistema, se non di un’intera cultura politica e di una classe dirigente. Alfano lo esplicita nel modo più grottesco, Napolitano in quello più sofferto e persino tragico. Eppure, fatte salve le differenze di stile e di qualità argomentativa entrambi hanno detto, nel giro di pochi giorni e in pieno del pasticcio kazako, la stessa cosa. Questo governo non cadrà, perché non può cadere. Ma fino a che punto può essere valida una simile regola? Il problema è che un’intera classe dirigente, e qui prescindiamo da ogni giudizio di valore, si è autocertificata tramite il suo rappresentante più prestigioso come unica in grado di garantire stabilità alle istituzioni del paese.

di FRANCESCO ROSETTI

Questa valutazione arriva persino a non tenere conto del giudizio elettorale e dell’opinione pubblica, come appunto nel caso Shalabaeva. Le forze politiche del secondo arco costituzionale della storia repubblicana sono le uniche capaci di sostenere un esecutivo in un momento così grave e il governo Letta, che di queste forze è l’espressione, con il beneplacito di Napolitano, deve rimanere in piedi a qualunque costo. A momento straordinario si contrappongono misure straordinarie.

Alla base di questo atteggiamento c’è però una contraddizione decisamente inquietante. Infatti soprattutto la dirigenza del PD, quando deve motivare il suo appoggio alla soluzione Letta, fa riferimento al senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni. Tra istituzioni e segreterie di partito si crea un’osmosi così stretta che è difficile capire dove cominciano le une e finiscono le altre.

Ma nel caso Kazakstan cosa è successo? Da quello che sappiamo almeno due ministeri di quest’esecutivo si sono mossi in modo totalmente informale. E’ stata concepita un’operazione di polizia che potrebbe aver violato regolamenti e procedure e, cosa peggiore, i diritti di due persone che avevano il diritto di stare sul territorio italiano. Alfano di fronte a questa situazione ha preteso che il Parlamento lo sollevasse da qualsiasi responsabilità e Napolitano, con il suo intervento, ha di fatto avallato la decisione di Letta di difendere il ministro nonostante i fatti siano di gravità, nelle sue stesse parole, “inaudita”.

Che ne è della nozione di responsabilità? Napolitano, Letta, le segreterie di PD e PDL, nel momento in cui decidono di blindare il governo e di fatto tutte le sue azioni, ottengono l’opposto di quello che vorrebbero. Il governo, sollevato dal dover giustificare i suoi atti di fronte all’opinione pubblica diventa irresponsabile. La nostra classe dirigente afferma di voler proteggere le istituzioni dal collasso e diventa eversiva nei confronti delle stesse. Il Parlamento, come nei peggiori momenti di Berlusconi, diventa un luogo pletorico di ratifica di cose decise altrove. Lo stesso esecutivo Letta si ritrova costretto a emettere provvedimenti solo dopo estenuanti trattative tra Berlusconi e la dirigenza del PD, a sua volta lacerata e staccata dal suo elettorato.

Ritenendosi indispensabile per la difesa delle istituzioni, un’intera classe politica le distrugge, confondendo se stessa con le istituzioni. E di fronte a questa contraddizione insanabile, anche un uomo dalla solida formazione come Napolitano non può fare altro che rappresentare questa crisi, ripetendone le parole d’ordine di un’inaridita ragion di Stato.

 

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