Politica

Come si protegge la casta (dei magistrati). Ovvero l’ennesima italica vergogna.

La-legge--uguale-per-tutti
I magistrati, ovvero i dipendenti pubblici più pagati, si autoproteggono.
E la Corte Costituzionale li salva eliminando il blocco dei loro stipendi.
Così, unici in Italia, non parteciperanno al risanamento del Paese. 
 
Oggi vi voglio narrare dell’ennesimo colpo di mano operato da una delle tante, italiche caste, quella più intoccabile, la più protetta e della quale troppi hanno paura di parlare. Quella dei magistrati.
Ma partiamo dall’inizio.
Sapete tutti che nel 2010 con un Decreto Legge intitolato “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”  l’allora Governo Berlusconi aveva provveduto a bloccare ogni meccanismo di adeguamento retributivo per i dipendenti pubblici.
Ovvero stipendi bloccati fino al 2014.
Pochi sanno però che subito i magistrati avevano fatto ricorso avverso tale provvedimento.
E pochi sanno che nel 2012, con la sentenza nr.223, la Corte Costituzionale aveva provveduto a dichiarare INCOSTITUZIONALE tale blocco ripristinando gli aumenti, le progressioni e gli adeguamenti retributivi per i soli magistrati di ogni ordine e grado (abrogando un solo articolo del Decreto Legislativo, quello relativo appunto ai magistrati).
All’indomani di questa singolare sentenza (singolare perché così si sancisce l’inefficacia dei provvedimenti legislativi nei confronti di una categoria e quindi una sostanziale prevalenza del “potere giudiziario” sul “potere legislativo”, con buona pace dell’equilibrio dei poteri ndr), numerose altre categorie di dipendenti pubblici, primi fra tutti i docenti universitari, si sono rivolte ai Tribunali Amministrativi accumulando circa 20 ricorsi analoghi a quelli presentati dai magistrati.
Tutto, legalmente parlando, lasciava presagire una analoga decisione della Corte visto che i magistrati altro non sono che dei pubblici dipendenti.
Ma non è così. Loro sono speciali. Sono una SUPERCASTA. E lo lasciano bene intendere visto che a giudicare il loro ricorso sono altri magistrati.
Per dire, voi fareste arbitrare Juve-Roma da Antonio Conte?
Ed ecco quindi che la decisione della Corte, attesa per i primi giorni del mese di novembre, tarda ad arrivare.
Non se ne sa nulla. Va per le lunghe.
Nei primi giorni del mese di dicembre si apprende, da fonti interne, che i ricorsi dei dipendenti pubblici sono stati respinti con una risicata maggioranza di OTTO contro SETTE giudici.
Ma la sentenza non viene pubblicata. Sono giorni pesanti, il Governo è alle prese con la manovra, si chiedono sacrifici ai cittadini, meglio non pubblicare un provvedimento così impopolare. Aspettiamo magari che vengano pagate le “tredicesime” (che ai dipendenti pubblici vengono erogate verso il 15 ndr) così gli animi sono più rilassati.
Insomma si palleggiano la sentenza  e, magicamente, il 17 dicembre, nel più assoluto e mistico silenzio, nonostante il redattore si chiami Giancarlo CORAGGIO, senza darne troppa pubblicità e soffocando ogni rigurgito mediatico, ecco che la sentenza, la nr.310, come le tavole consegnate a Mosè, appare: RICORSI RESPINTI.
E, pertanto, per decreto, i magistrati non devono partecipare al risanamento delle casse del Paese. 
A leggere la sentenza si capisce il perché dei tempi e di cotanto silenzio.
La corte, rigettando i ricorsi, ha ritenuto legittimo il blocco degli stipendi dei pubblici dipendenti ed ogni adeguamento, con una sola eccezione: quella dei magistrati.
Tranquilli signori magistrati, voi, ma soprattutto i vostri stipendi, siete INTOCCABILI.
La Corte con quella pronuncia ritiene infatti di aver “messo al riparo la magistratura da qualsiasi forma di interferenza che potesse, sia pure potenzialmente, menomarne l’autonomia e l’indipendenza, sottraendola alla dialettica negoziale“.
Ma ancor peggiore è la successiva spiegazione per cui: “Le norme impugnate, dunque, superano il vaglio di ragionevolezza, in quanto mirate ad un risparmio di spesa che opera riguardo a tutto il comparto del pubblico impiego, in una dimensione solidaristica − sia pure con le differenziazioni rese necessarie dai diversi statuti professionali delle categorie che vi appartengono − e per un periodo di tempo limitato, che comprende più anni in considerazione della programmazione pluriennale delle politiche di bilancio.”
E, soprattutto, tutta questa tutela dei diritti non vale per i docenti pubblici. Scrive infatti la Corte che “il sacrificio imposto al personale docente, se pure particolarmente gravoso per quello più giovane, appare, in quanto temporaneo, congruente con la necessità di risparmi consistenti ed immediati“.
E ora tutte le categorie che avevano proposto i ricorsi annunciano l’appello: il sindacato dei dirigenti scolastici afferma di voler impugnare davanti alla Corte Europea dei Diritti una sentenza che definisce scandalosa poiché “determina trattamenti diversi e opposti nei confronti di dipendenti pubblici, alcuni dei quali – i magistrati – vengono tutelati dalla grave perdita del potere di acquisto del loro reddito, diversamente da altri con stipendi ben inferiori ed a volte alla soglia di povertà“.
E quindi nessun taglio ai magistrati che, sia detto, sono i dipendenti pubblici con la busta paga più pesante: guadagnano in media 119.879 euro l’anno, contro i 26.600 euro l’anno del personale scolastico (erano i primi ricorrenti) e i 31.000 euro medi dell’intero settore pubblico. Una macchina, quella giudiziaria che costa agli italiani 73 euro annui pro capite contro una media europea di 57 euro.
Insomma non è la politica l’unica casta che si autoprotegge. È quella su cui è più facile tirare, quella più attaccabile, ma la magistratura non è da meno: nonostante i proclami si fa sempre sempre all’italica maniera: se si può ci si autoprotegge con gli amici degli amici.
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di Dario Persic

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