Cultura

“Ci ritroviamo in un tempo nuovo, con un futuro incerto. E’ naturale voler raccontare il passato”. Intervista a Mimmo Calopresti

Esce per i tipi di Mondadori Io e l’Avvocato, romanzo d’esordio di Mimmo Calopresti, regista celebre a livello internazionale per film come La parola amore esiste o La felicità non costa niente e per apprezzati documentari sulla società contemporanea come La fabbrica dei tedeschi, dedicato alla tragedia del rogo nelle acciaierie Thyssen-Krupp di Torino. Abbiamo fatto alcune domande all’autore riguardo al suo esordio nel mondo letterario.

 

Di FABIO BENINCASA

 

Di che cosa parla Io e l’Avvocato?

 

Parla di un uomo, un sarto, che abbandona il suo paese in Calabria dove non c’è più lavoro e si trasferisce con tutta la famiglia a Torino, per farsi assumere alla FIAT. Siamo negli anni Sessanta e la FIAT può offrire a centinaia di persone la promessa di un posto sicuro. Al tempo stesso c’è anche l’Avvocato, Gianni Agnelli, che abbandona una vita di divertimenti per assumere il controllo di un’azienda potentissima. Gli anni passano e le loro storie vanno in parallelo. I figli dei due intanto crescono. Mico, che è il protagonista, attraversa la contestazione studentesca e diventa un regista. Edoardo Agnelli imbocca una china di errori e disillusioni che lo condurrà a una tragica fine. Le storie dei figli si intrecciano quando don Ciotti chiede a Mico di provare a salvare Edoardo, inutilmente.

 

Ovviamente si tratta di una storia con numerosi elementi autobiografici

 

È la storia della mia famiglia, di mio padre e anche la mia. Una storia che ho sempre desiderato raccontare. Ma al tempo stesso si estende per cinque decenni e perciò è anche un po’ la storia del nostro Paese, oltre che quello di una famiglia molto importante.

 

Come mai un regista sente improvvisamente il bisogno di dedicarsi alla letteratura? È un desiderio che nasce da una crisi, dalla necessità di un rilancio?

 

Un bisogno di libertà. Nello scrivere un libro si è molto più liberi. Non solo perché non bisogna preoccuparsi del budget, che per lavorare bene nel cinema è sempre un ostacolo, ma si è anche liberi di spaziare dal presente al passato e di analizzare il senso delle cose più in profondità. Forse avevo bisogno narrare anche per capire meglio e fare un film da questa storia sarebbe stato troppo difficile.

 

Lei oltre che regista è anche sceneggiatore. Che differenza c’è fra scrivere per il cinema e scrivere un romanzo?

 

Ho scritto soggetti e sceneggiature e la differenza è comunque che un romanzo è molto più basato sulla tecnica. Nel passato alcuni sceneggiatori sono stati anche grandi scrittori ma non è sempre così e non è necessario che una sceneggiatura abbia un valore letterario per ottenere un buon film. Costruire un’opera narrativa invece richiede uno sforzo di tipo diverso. Una qualità tecnica molto più alta.

 

Il suo romanzo è anche un affresco generazionale. L’industrializzazione, la contestazione, la marcia dei quarantamila. Perché è così importante ora rivisitare quel passato?

 

Il Novecento, il secolo nel quale siamo nati, è ormai finito e ci ritroviamo in un tempo nuovo, con un futuro incerto. Mi sembra naturale che chi come me è stato testimone di momenti critici di passaggio abbia voglia di riesaminare il passato. Un passato personale, autobiografico, ma anche in molte parti un passato condiviso, una storia collettiva che dà un senso al nostro presente, all’Italia.

 

Quali sono i suoi progetti per il futuro? Riguardano la regia o la scrittura?

 

Negli ultimi anni mi sono dedicato soprattutto ai documentari e ora sto producendo il film di un giovane autore, Stefano D’Ippolito. È ancora una volta un film ambientato a Torino ed è dedicato al presente di Mirafiori, questa cittadella industriale ormai dismessa. Ci siamo chiesti: “Che fine hanno fatto quelli che lavoravano lì? E la gente del quartiere com’è?” Questa commedia, alla quale partecipa anche Alessandro Haber, cercherà di descrivere questa realtà.

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