Cultura

Carlo Saraceni. Un maestro del Barocco in mostra a Roma

In questa stagione 2013-2014 a Roma, sembra che le esposizioni di maggior valore siano quelle più piccole, dedicate ad autori di gran valore, ma senza una grande risonanza mediatica, di certo più appartate rispetto agli eventi ufficiali e ben più pubblicizzati delle Scuderie o del Vittoriano. Senza voler criticare a priori la mostra imperiale su Augusto o quella dedicata ai rapporti fra Cezanne e l’Italia, la mostra attualmente a Palazzo Venezia, centrata sul pittore veneto seicentesco Carlo Saraceni, risulta più serrata nel percorso e meglio individuata nei metodi e nei fini.

di FRANCESCO ROSETTI

L’approccio della curatrice, Maria Giulia Aurigemma, è scopertamente filologico: questa è la prima mostra monografica mai dedicata al pittore, per cui si è voluto risistemare il suo itinerario stilistico, i rapporti con la bottega e le attribuzioni. Il risultato è un ritratto molto preciso della carriera di Saraceni, per quanto a volte, nei pannelli esplicativi, si avverta la mancanza di una contestualizzazione storica e iconografica, utile per il visitatore non esperto del primo Barocco romano.

Dagli oltre sessanta quadri in mostra emergono molto chiare le due fonti di ispirazione di Saraceni. Da un lato l’avventura caravaggesca nel primo decennio del XVII Secolo, dall’altro la grande tradizione veneta che risale da Giorgione e Tiziano fino a Tintoretto e Veronese. La precisione con cui vengono rilevati i debiti stilistici e le fonti linguistiche della pittura di Saraceni consentono soprattutto di porre alcuni problemi più generali nell’approccio allo studio del pittore. Il più evidente è quello del caravaggismo.

Nei manuali di storia dell’arte, e quindi nell’opinione comune, questo episodio viene trattato in maniera abbastanza sbrigativa: una lista di nomi di varia estrazione, risultati e sensibilità, visto che il caravaggismo non fu un movimento e Caravaggio non ebbe il tempo o la volontà di formare una sua scuola. Qui però sta il grande interesse di questo fenomeno per la storia dell’arte europea e per il nascente Barocco. I pittori che si avvicinarono anche solo episodicamente a Caravaggio dai toscani come Gentileschi ai veneti come Saraceni, agli spagnoli come Ribera o ai napoletani come Caracciolo, non intesero tutti il fondo religioso e tragico della pittura del maestro lombardo, eppure riuscirono a costruire una piattaforma linguistica comune sulla quale poi le differenze culturali di provenienza operarono in profondità.

Se Caravaggio attraverso il suo naturalismo, di ordine metafisico, aveva riportato nella quotidianità più dura l’evento religioso, spingendolo a entrare nella realtà della vita con un’intensità mai sperimentata nei secoli precedenti, i suoi seguaci riuscirono a tradurre il dramma di questa tensione religiosa in un genere, avvicinando la nascente sensibilità barocca a un principio di realtà aperto alle infinite metamorfosi della vita. Pittori come Saraceni riportarono la rivoluzione di Caravaggio dal sublime livello stilistico-poetico del lombardo a quello culturale, divulgandolo.

Come accennato in precedenza Saraceni non perse mai il contatto con la lingua natia: quella veneta tonalistica. Perciò il suo itinerario pittorico ci mostra come il caravaggismo si innesti nella tradizione nord italiana, lombarda e veneta. Soprattutto nei paesaggi, sembra chiaro che Saraceni abbia riflettuto sul rapporto che legava il primo Caravaggio alla grandiosa esperienza di Lorenzo Lotto, nel punto preciso dove il naturalismo caravaggesco si congiungeva alla sensibilità malinconica e preromantica del veneziano. In secondo luogo, nei quadri di più stretta osservanza caravaggesca, Saraceni pare essere animato dal coerente desiderio di predisporre il caratteristico contrasto di luci e ombre di matrice caravaggesca, ma per ricondurlo alla gamma dei mezzi toni sfumati del chiaroscuro e soprattutto del tonalismo veneto. Come se il pittore volesse rileggere Caravaggio alla luce di Giorgione e Tiziano.

In questi episodi emerge probabilmente la vena migliore di Saraceni. Smorzando il furore tragico tipico del caravaggismo e la sua violenza dionisiaca, Saraceni diffonde un profondo lirismo nel suo universo figurativo. Per esempio ne L’apparizione dell’angelo a San Francesco, il contrasto fra la tensione mistica del santo e le misere nature morte che ne costituiscono la vita quotidiana sostituiscono al senso metafisico di splendore e corruzione di Caravaggio una spiritualità più malinconica e pacificata, domestica e meno cupa. La sconvolgente irruzione del divino nel quotidiano, lo shock luministico di una Cappella Contarelli, è assente per far posto a una più fedele sensibilità controriformata, una meditazione continua sulla presenza del divino in tutte le piccole cose.

Dalla sua formazione veneta Saraceni deriva una poesia domestica, un’invocazione lirica personale che si esprime più nel languore che nel furore, più nella contemplazione che nell’azione. Anche quando affronta il mito, come nelle magnifiche Storie di Dedalo e Icaro, la tragedia umanistica e prometeica dei due resta inquadrata nello splendore impassibile della natura, quasi a volerne smorzarne la violenza drammatica. In questi dipinti emerge tutta la modernità del maestro veneto che riportando la luce caravaggesca a un’illuminazione più diffusa per tutto il quadro apre alla scena di genere, che continuerà ad affascinare il nord italia fino al Settecento, e insieme alla grandissima tradizione paesaggistica del Seicento romano dove la lezione di Saraceni si fonderà a quella di Domenichino e di Carracci per preparare l’evocazione nostalgica del mito di Nicolas Poussin e Claude Lorrain.

Carlo Saraceni 1579 -1620. Un veneziano tra Roma e l’Europa, Palazzo Venezia fino al 2 marzo 2014

Il sito della mostra: http://museopalazzovenezia.beniculturali.it/index.php?it/22/archivio-eventi/64/carlo-saraceni-1579-1620-un-veneziano-tra-roma-e-leuropa

 

 

 

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