Politica

Cari Democratici, questa volta al congresso confrontiamoci sulla sostanza

Dico subito in premessa che non credo alla storia della mancanza di alternative al governo con il PdL. Né credo, come ha tentato invano si spiegarmi Bersani, che non si fosse compresa la portata politica del voto istituzionale sul Presidente della Repubblica. Penso, invece, che una parte dei parlamentari del mio partito abbia deliberatamente, e con spregiudicatezza, agito per costruire l’approdo del governo Letta-Alfano.

Il rifiuto di considerare l’ipotesi Rodotà, la bocciatura di Prodi e la corsa a supplicare Napolitano di rimanere al Quirinale, sono passaggi che hanno scientificamente prodotto il risultato delle larghe intese, chiudendo qualsiasi spazio alla possibilità di un vero governo di cambiamento, con o senza guida PD.

Data la premessa, si può comprendere perché considero, oggi, sospesa la democrazia in questo Paese, come mai prima nella storia della Repubblica.

Dalle urne è emersa una forte richiesta di cambiamento, di cesura netta con il passato. Lo stesso PD aveva chiesto agli elettori il voto sulla base di una promessa di cambiamento, benché, peraltro, non sia stata giudicata sufficientemente credibile dagli elettori (che, per questo, non gli hanno consegnato la vittoria piena).

Se si fosse voluta rispettare la volontà degli elettori, molta parte dei quali propri elettori, si sarebbe dovuto rifuggire, in tutti i modi, dal governo di larghe intese con il PdL, anche a costo di cedere la guida del governo al M5S o di tornare alle urne.

L’aver cercato e voluta questa soluzione, persino nonostante le proteste urlate a gran voce nelle piazze e nel web da elettori, militanti e finanche dirigenti del PD è, a mio avviso, una usurpazione del potere ricevuto dal consenso elettorale.

E’ una scelta che va oltre l’autonomia riconosciuta ai Parlamentari dalla Costituzione e dall’assenza di vincolo di mandato. Non è questa la sede per approfondire, ma mi limito a sottolineare che il principio sottostante il mandato senza rappresentanza, è comunque da intendersi a garanzia della rappresentanza di  interessi degli elettori, e in nessun modo autorizza gli eletti a violarne così apertamente la volontà.

E se può sembrare troppo drastica e servera questa considerazione, credo basti osservare le prime mosse di questo governo e l’incedere del premier che, senza dar segno del benché minimo imbarazzo, si pone l’obiettivo di un governo di intera legislatura, per di più di natura “costituente”, rinviando (senza credibili impedimenti oggettivi) l’unica riforma chiesta a gran voce dal popolo (quella elettorale) e continuando ad appropriarsi indebitamente dei risultati delle elezioni amministrative che, in gran parte, tutto sono tranne un consenso al suo governo. Ignorando, invece, l’emorragia di voti (in valore assoluto) che continua a subire il PD e le proporzioni drammatiche, per la democrazia, raggiunte dall’astensionismo, sintomo di una dilagante sfiducia dell’elettorato, largamente sopraffatto dal senso di impotenza.

E’, quindi, una ferita alla democrazia senza precedenti, inferta proprio da chi pretende di chiamarsi Democratico. Persino Berlusconi, a mio avviso, può essere tacciato di aver abusato del potere, a fini personali, ma mai si è spinto tanto oltre nello stravolgimento della volontà del suo elettorato.

E’ evidente, quindi, che questa non è questione che si può ignorare al congresso. Non si può, come temo dalle dichiarazioni trionfanti del dopo voto (amministrativo), liquidare questo come un banale incidente di percorso, limitarsi a qualche operazione di maquillage, trovare il nuovo “salvatore della patria”, spedire davanti alle telecamere qualche faccia con meno ruge, e via, si riparte come prima.

Questa è questione di sostanza, che questa volta dobbiamo davvero affrontare, se crediamo che il PD sia ancora una risorsa per il Paese, e se, per questo, lo vogliamo rifondare.

E’ questione che chiama in causa non solo la linea politica, il profilo politico del partito e, quindi, il progetto di società che intende proporre ai cittadini e perseguire con il consenso elettorale.

E’ questione che chiama in causa anche l’identità stessa del partito, la sua natura e la sua fisionomia.

E’ questione che, io credo, si lega strettamente al modello di dirigenza, al modo di interpretare il ruolo del dirigente politico, da cui discendono il modo e i criteri con cui si formano e si selezionano i gruppi dirigenti.

Perché non è sufficiente dire basta con le correnti, mandiamo via questa classe dirigente che ha fatto il suo tempo, se poi la si sostituisce con un’altra classe dirigente, anagraficamente più giovane, ma cresciuta nelle stesse logiche, assuefatta alle stesse modalità di gestione del potere, che tenderà, anche solo per consuetudine, a riperpetuare lo stesso sistema di potere.

Quale deve essere il ruolo dei dirigenti del PD? Quello di una “elité illuminata” (o che si ritiene tale), che sola sa cosa è meglio fare e sola decide per tutti, al limite contro tutti? O quello di “facilitiatori”, che attivano e organizzano la partecipazione, propositiva e  costruttiva, dei cittadini (singoli o associati, iscritti e non) che vogliono contribuire alle determinazione delle scelte che li riguardano?

Certo, la responsabilità di una dirigenza è comunque quella di addivenire a delle scelte, facendo sintesi delle diverse istanze, componendo diversi interessi.

Ma fa una differenza il modo con cui si arriva ad operare tali scelte.

Fa una differenza se queste sono calate dall’alto, concedendo alla democrazia interna solo sterili riti di ratifica di decisioni già prese altrove, in assemblee pletoriche o primarie di “incoronazione”. Oppure se le scelte si costruiscono insieme, con dirigenti che si fanno “primus inter pares”, promotori e trainer (in una sorta di partito palestra, per dirla alla Barca) di un processo di crescita collettivo.

Fa la differenza che passa tra un partito verticistico, guidato da una oligarchia chiusa e sorda, e un partito aperto, contendibile, effettivamente democratico, in grado di ricostruire il rapporto fiduciario e di collaborazione con gli elettori, già logorato negli anni e gravemente compromesso, da ultimo, dalla scelta delle larghe intese.

Sarà bene che di questo si discuta apertamente al congresso. Sarà bene che anche su questo siano chiamati a scegliere, chiaramente ed esplicitamente, gli iscritti e gli elettori.

Sarà bene per le sorti del Partito Democratico, e della democrazia, tutta, in questo Paese.

di Lucia Zabatta (12 giugno 2013)

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